mercoledì 11 dicembre 2013

LIONORA






LIONORA: La bella, tra belle femmine e belle dame. Contesa tra due spasimanti in una partita a scacchi, nella fantasia di Vucetich è assente ogni altro suo aspetto, ma la sua storia ha dato nome a molte neonate di Marostica.
Icona di bellezza ancora attuale, oggi vittima del casting dei Lele Mora di turno, le auguriamo di abbagliare con la sua bellezza ciò che di lei non brilla,anche dove non batte il sole.



sabato 7 dicembre 2013

DIRCE VIERO PEDRON


Prima impiegata e poi capo ufficio vendite dal 1945 agli anni Novanta.
Proviamo a ricordare le circostanze che la portarono alla decisione di entrare in
“Belfe”.


Mia sorella Margherita aveva lavorato a lungo in “Belfe”, all’ufficio vendite.
Aveva lasciato l’impiego quando nel 1945 si era sposata. Mi era già capitato di
andare in ufficio “Belfe” per fare pratica, mentre frequentavo un corso di dattilografia, cosi, nel 1945, giovanissima, venni assunta.
Un particolare che denota un’epoca è il fatto che in ufficio dovevamo indossare un grembiule nero con il colletto bianco.

Come proseguì la sua carriera?

In realtà venne presto interrotta, perché dopo il matrimonio andai a vivere
a Bassano e al momento della maternità decisi di licenziarmi. Quando rimase
vacante il posto occupato da Mario Scuro rientrai in “Belfe” su richiesta del
dottor Los. Era anche necessario che qualcuno si occupasse dell’organizzazio-
ne e gestione degli archivi d’ufficio della fabbrica di biancheria che Los aveva
fondato negli anni Cinquanta con la moglie Maddalena Parolin, quando sem-
brava che la “Belfe” non dovesse più continuare la sua attività.
In quegli anni c’era un ambiente piacevole: una vera fucina di idee. Il lavoro
era interessante ma anche sempre più impegnativo, tanto che al momento del mio definitivo licenziamento fu assunto un direttore commerciale per sostituirmi.
Ero addetta all’ufficio vendite, per cui ero responsabile dei rapporti con i
clienti: negli ultimi anni erano circa quattrocento e si trattava di negozi di alta
qualità. Il dottor Los curava ogni dettaglio: era sempre alla ricerca di nuovi
clienti e preparava gli incontri. È come se fosse stato in grado di intuire le esi-
genze dei mercato.
È evidente che un risultato simile richiede ricerche, analisi di mercato, problemi che implicano una capacità di prevedere le esigenze concrete del cliente. È un lavoro di immagine che portò in quel periodo alla creazione del pay off aziendale “l’eleganza nello sport” che riassume il messaggio di vendita.
Come afferma Micol Fontana, “c’è da distinguere tra l’eleganza e la moda. La moda deve fare eleganza”.

Nel periodo in cui l’azienda si era affermata c’era infatti l’unico marchio “Belfe”. Agli inizi i clienti più importanti richiedevano il marchio del negozio, che andava la propria etichetta, dunque un doppio marchio.
“Belfe” nel 1959 è presente con l’alta moda nelle sfilate spettacolo di Palazzo Grassi a Venezia, dove vi era l’obbligo che sfilassero solo capi prodotti in fibre artificiali. L’alta moda è la musa ispiratrice del prêt-à-porter e si differenza per l’estro, lo studio accurato, la ricerca del modello coordinato al tessuto, al ricamo.
Per le collaborazioni con Avolio11 e Veneziani, veniva mandato il prototipo
e dopo il primo anno di esclusiva come capo unico di alta moda, lo smontavamo e veniva sviluppato nelle varie taglie.
Veneziani dava spunti molto belli, si trattava di capi che non avevano
un’impronta puramente sportiva.
Il sistema di esclusiva a un solo negozio crea un vantaggio competitivo per il cliente, ma impegna la ditta produttrice a mantenere una qualità elevata, un prodotto qualificante e di firma rivolto a un mercato internazionale.

 Ci sembra che “Belfe” in seguito abbia deciso di creare altre linee proprio per allargare il mercato di riferimento, in segmenti diversi dal target tradizionale.

Si, ma avvenne dopo la morte del dottor Los, quando fu creato lo stabilimento di Trieste, la “Holiday”, nel 1965, che fu anche meta di una delle nostre gite aziendali.
Infatti numerosi clienti, non potendo ottenere la linea “Belfe” a causa della
scelta distributiva basata su rapporti di esclusiva, richiedevano di poter comunque proporre un prodotto con caratteristiche affini.
 
Cosa ricorda dei clienti degli anni Cinquanta e Sessanta?

È impossibile nominarli tutti. Citerò le persone legate al dottor Los da
amicizia.
La celebre guida alpina Toni Gobbi, bassanese e fratello del tenore Tito
Gobbi, possedeva un negozio a Courmayeur e divideva con Los la passione per
la montagna. Anche Gino Soldà era compagno di gite e iscritto al CAI di Recoaro. Fu un’amicizia importante perché Soldà suggerì “Belfe” per l’equipaggiamento della spedizione del K2 nel 1954, non solo per l’abbigliamento ma anche per lettini da campo e tende, per i quali fu utilizzata una tela gommata.
 
C’erano settori che davano continuità di ordinazioni senza richiedere una continua sperimentazione e innovazione tecnologica?

Sì, ad esempio il settore della caccia aveva tipologie intramontabili, senza
campionario annuale. I clienti facevano ordini anticipati di tutte le taglie e a
fine stagione erano tutti venduti. Agli inizi era seguito da Ezio Liberatori.
I modelli classici erano in fustagno, in tessuto gommato verde muschio per
le prime giacche a vento imbottite con il cappuccio e la mefista12, le giacche per
la caccia “da botte”, così chiamate perché si doveva sostare in palude dentro la
botte, per la caccia alle anitre selvatiche.


 11 Giorgio Avolio, sarto milanese, rappresentò, insieme a Bertoli, a Pucci, alla Tessitrice dell'Isola, la moda boutique alla prima sfilata organizzata da Giorgini a Firenze, alla nascita della moda italiana, il 12 febbraio 1951. La sua insegna era la classicità.

12 La mefista è una cuffia di lana tipo passamontagna.

mercoledì 4 dicembre 2013

VENEZIANI, JOLE






VENEZIANI, JOLE : (Taranto 1901 – Milano 1989)  stilista milanese, commissionò la produzione della linea Veneziani sport alla Belfe per alcuni anni. Il suo atelier era in via Montenapoleone a Milano.
Le sue collezioni sfilavano alla Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze. 

















 

sabato 30 novembre 2013

NIVES RIPAMONTI GOLIN


Moglie di Alfonso, impiegato, viaggiatore e rappresentante dal 1932-1933 agli anni Ottanta.
Le nostre famiglie sono legate da una lunghissima e solida amicizia. I nostri ricordi
sono un po’ vaghi. La pregherei di voler riportare l’esperienza professionale di suo
marito.

Direi che è stato quasi il destino a determinare, come in tantissimi altri
casi, la mia vita, al fianco di Alfonso.
Era il luglio del 1947 ed ero a Casteltesino, in vacanza, assieme a mia sorella. Lì ebbi la fortuna di conoscere la signora Maddalena, moglie del dottor Los,
che si trovava nel medesimo mio albergo.
Era una signora gentile ma isolata e, molto di frequente sola, intenta a
leggere o scrivere. Essendo la lettura anche una delle mie passioni, questo fu
il legame che ci spinse ad allacciare un’amicizia che si rivelò subito piena di
interessi e passioni in comune.
Una sera, come tante altre volte, il marito venne a trovarla ma questa volta
era accompagnato da Alfonso. Cenammo allo stesso tavolo e quella fu la prima
occasione che ebbi per conoscerlo.

Durante i restanti giorni della mia vacanza ebbi occasione di approfondire,
con quella che oramai era diventata la mia amica, il discorso su Alfonso. La
signora conosceva molti particolari del rapporto tra il dottor Los e Alfonso,
segno evidente che il marito gliene aveva parlato spesso, essendo Alfonso uno
dei suoi migliori amici.
Entrambi da giovani vivevano a ridosso della Pieve di Santa Maria, Alfonso era dirimpettaio del nonno di Ferruccio. Da adulti poi trascorrevano insieme gran parte del loro tempo libero dedicandosi alla comune passione per la montagna. Ma spesso nelle domeniche o nei giorni di festa, passeggiavano assieme ad altri amici nelle colline o giocavano a scacchi, gioco molto diffuso a quell’epoca nelle case e nei bar di Marostica.
La nostra unione, che avvenne nel 1950, fu da subito solida e intensa, presto
allietata dalla nascita di due figli.
Anche il fatto che il dottor Los fosse direttore della “Belfe” determinò la
scelta che Alfonso fece, quando, dopo una esperienza in banca, cominciò a
lavorare per la ditta di abbigliamento.
Ciò accadde nel 1933. Subito divenne viaggiatore di commercio per l’abbigliamento civile (“ICA”) per l’area di Nord-Ovest, area di particolare impor
tanza perché costituiva e costituisce tutt’ora il cosiddetto triangolo industriale.
Ben presto però, essendo cessata l’attività della “ICA” passò, come tanti altri
viaggiatori “Belfe”, all’abbigliamento sportivo (“IAS”) per la medesima zona,
di cui diventò poi anche ispettore.
Questo ci portò ovviamente a vivere a Milano.

Lei vive tutt’ora a Milano, dove risiedono anche i suoi figli. Quali sono i suoi ricordi dell’attività milanese di “Belfe”? Nel 1949 Milano era diventata sede del Centro Italiano Moda, allora costituitosi. Ha ricordi dell’eleganza in quegli anni? La domanda viene spontanea pensando alla sua particolare sensibilità artistica e agli accostamenti cromatici dei suoi quadri di cui ci ha fatto gentile dono. Passando a “Veneziani Sport”, cosa ricorda?

Per un certo periodo, dopo che venne chiuso l’ufficio di Piazza del Duomo,
la sede sociale della società venne trasferita anche presso la nostra abitazione,
prima di essere portata a Vicenza.
Dell’esperienza di Jole Veneziani conosco qualche particolare che Alfonso
mi raccontò, essendo avvenuta agli inizi della nostra conoscenza.
Alfonso mi raccontava che fu un periodo fecondo di idee per l’azienda anche se incise molto dal punto di vista economico nei bilanci della stessa. Praticamente i capi erano pezzi unici e trattati e rifiniti con la massima cura.
Ricordo che volentieri sostavo per ammirare il negozio di “Veneziani Sport” in via Montenapoleone. Negli anni Cinquanta la via costituiva già il cuore dell’eleganza milanese. Il negozio ha poi mantenuto la sua denominazione fino ai giorni nostri.

Lì mi fermavo, e mi fermo tutt’ora ben volentieri, quando mi capita, ad
ammirare l’eleganza e gli accostamenti cromatici che i capi esposti presentano
e presentavano già fin d’allora.

mercoledì 27 novembre 2013

ACCESSORIO









ACCESSORIO Complemento di vestiario. La storia della ragazza dalla sciarpa verde ci dice quanto dicono di noi, sono personali e il loro acquisto definisce la creatività femminile: un nome azzeccato è la storica Boutique Manicomio di Portovenere, in liguria. Degna di uno studio di psicologia è la mania delle scarpe spesso schierate lungo le pareti di case famose, e ancor più attenzione attirano certe mode come le scimmiette sulla spalla nella Spagna barocca, i cagnolini taggati con le fashion blogger o certi toy-boy in località famose.
Ogni stagione vive il dilemma della nuova it- bag, l'importante è non poter farne a meno, pertanto, che sia una sola sciarpa o una pila di scarpe, il loro segno particolare è ... talmente bello da essere indispensabile. 



sabato 23 novembre 2013

MARIA PIZZATO


Operaia e capo reparto dal 1935 al 1958.


Quando entrò in fabbrica?

Nel 1934, per interessamento di Alfonso Golin.


Quali erano le mansioni per le quali era stata assunta?

Iniziai come addetta ai cappelli in tela, che si potevano cucire con una variante alle macchine per i cappelli di paglia. Consisteva in una piastra che rendeva possibile la cucitura su tela.
Uno dei modelli più richiesti, chiamato “bagnini”, prodotto per bambini e
bagnanti era in cotone piqué bianco.

Come si presentava il luogo di lavoro considerando che era già iniziata una produzione alternativa alla paglia?

Ricordo solamente che in quel periodo una parte della sala manteneva una
linea di confezione di cappelli in paglia.

Cosa ricorda della produzione di capi militari?

Vennero realizzati modelli per caschi coloniali con sughero e fettucce di tela.
Si realizzavano inoltre tende da campo e, con la stessa tela, zaini e tascapani.
Quando l’Italia entrò in guerra contro l’Albania, nel 1939, furono richiesti
giacconi in pelle da camionista e motociclista, per i quali Augusto Dint fece
acquistare otto macchine Necchi di tipo speciale.
Il mio compito era preparare cinture, colli e altri parti che venivano piegate
e incollate con il mastice, su cui si cuciva con una rotella.

Seguiva anche la produzione di abbigliamento civile?

Ricordo in particolare un modello esclusivo, in tela gommata, un giaccone
sportivo, di colore bianco, realizzato perché venne richiesto con la massima
urgenza da un sarto di Cortina d’Ampezzo per un cliente importante, Bruno
Mussolini, nel 194110.
In quel periodo era stilista e modellista Augusto Dint, che curava anche lo
sviluppo dei campioni. Ricordo che a volte venivo chiamata per provare dei
modelli di giacca a vento e altri capi.
Una produzione che ci impegnò particolarmente fu un ordine di cinquemila abiti maschili. Venivano realizzati anche caschi in pelle con una macchina
particolare che smussava le cuciture della pelle. Quando Dint nel 1943 si licenziò, venne una modellista, la signora Elena Gualazzini, che lavorava al taglio con Pianezzola, per la produzione di capi femminili, e Liberatori per i capi
maschili, che mi chiamò nel reparto campionatura.


Dalle sue parole si intuisce che era stata scelta per la precisione e la velocità con cui realizzava le cuciture. Ebbe anche incarichi di responsabilità?

Dopo un controllo dei tempi di produzione, venni nominata capo reparto
quando era stata introdotta “la giostra”, uno strumento per la produzione in
serie realizzato dalle officine “Strada” di Marostica. Si trattava di un sistema
rotante la cui velocità veniva stabilita in base a uno studio sui tempi di produzione. Le operaie non sempre erano in grado di assolvere con lo stesso ritmo la quantità di lavoro richiesto. Era una specie di catena di montaggio in cui la lavorazione veniva suddivisa in venti operazioni. Questo nome curioso, la
giostra, fu dato dalle lavoranti perché venne introdotto in concomitanza con
una festa molto amata da Marostica, la sagra del Beato Lorenzino: la velocità richiesta dalla “catena”, ricordava alle addette il luna park allestito in quei
giorni in Campo Marzio. In realtà mi pare di ricordare che il suo nome fosse
“Varium”.

Quali erano i capi maggiormente prodotti?

Le giacche da caccia (particolarmente elaborate, formate da settantacinque pezzi) prevalentemente in fustagno marrone che avevano un modello particolare, in quanto si dovevano poter inserire le cartucciere e la selvaggina in
una tasca posteriore detta “bressana”. In modo analogo venivano realizzati i
gilet. Anche i montgomery, in particolare un capo con la fodera scozzese, ave-
vano una forte produzione.

Uno dei motivi per cui abbiamo cercato di incontrarci con lei è dovuto al fatto che Giovanni Pianezzola ricorda che era stata scelta per recarsi a Milano nell’atelier Veneziani quando era iniziata la collaborazione con questa importante stilista.

A Milano trascorsi quindici giorni. Ci trasferimmo con le macchine per cucire Necchi in quanto Jole Veneziani, se si eccettua una macchina di sua sorella,
realizzava capi cuciti a mano. Eravamo accompagnate da Maria Zuliani, una
giovane modellista scelta per sostituire Liberatori e per affiancare Jole Venezia-
ni – che seguiva personalmente ogni momento della lavorazione – per la quale
esigeva tempi di consegna molto rapidi. Un capo di complessa esecuzione fu
un modello di impermeabile in gabardine di cotone, rovesciabile, svasato nel
fondo. Venivano realizzati anche capi con l’interno in seta.
L’atelier di Jole Veneziani era al numero 8 di via Montenapoleone, attiguo al caffè pasticceria Cova, una vera istituzione milanese di quegli anni. Trovarsi a lavorare in un atelier di alta moda in alternativa a un salone di fabbrica era certamente per una ragazza di Marostica un’esperienza fuori dal comune.
 Ciò che mi colpì maggiormente fu un enorme sipario di velluto, indispen-
sabile per tenere nascoste le ultime creazioni.

Erano gli inizi per l’alta moda italiana e lavorare nella più assoluta segretezza era necessario per mantenere inalterato il suo prezioso, costosissimo carattere di irripetibile unicità. Come lei ha ricordato, l’alta moda realizzava capi unici, creati per una sola cliente, rigorosamente confezionati a mano, quasi l’equivalente di un’opera d’arte. Non è cambiato molto se anche le sfilate attuali delle collezioni alta moda si compongono di modelli esclusivi, unici e di immagine, rivolti a una clientela selezionata che richiede capi su misura.
La collaborazione con Veneziani da un lato richiese costi notevoli a causa dell’unicità di ogni capo realizzato, ma nell’anno successivo “Belfe” poteva utilizzare i capi di “Veneziani Sport” anche con la propria firma.

Ricorda qualche episodio del periodo della campioneria?

 Immaginiamo ricordi la realizzazione dei capi per la spedizione del K2 del 1954.
Uno dei partecipanti, Gino Soldà, che era anche cliente perché aveva un negozio di articoli sportivi a Recoaro, seguì personalmente alcuni particolari per la realizzazione dei capi per la spedizione.

Per quanto tempo rimase a lavorare in “Belfe”?

Rimasi venticinque anni circa, dal 1935 al 1958. Cessai di lavorare perché nel
periodo trascorso in campioneria avevo forti dolori alla schiena.


10
Bruno, il figlio di Benito Mussolini, dirigeva la L.A.T.I. (Linee Aeree Transcontinentali Italiane), una linea aerea che copriva la tratta Italia-Brasile.

mercoledì 20 novembre 2013

NEIMAN MARCUS

 






NEIMAN MARCUS : catena di magazzini americani fondata nel 1907, fu la prima catena di magazzini USA a importare la maglieria italiana Mirsa nell’immediato dopoguerra. Roberta di Camerino venne premiata con l’Oscar della moda, il Neiman Marcus Award, per le sue borse in pelle o in velluto colorato. (Si trattava di un premio nato nel ’38 per segnalare stilisti e addetti ai lavori con meriti particolari; prima di lei un altro italiano a vincerlo era stato Ferragamo nel ‘47,in seguito Mila Schon nel ’66 per il colore, Missoni nel ’73).

sabato 16 novembre 2013

GIOVANNI PIANEZZOLA

Giovanni Pianezzola

Reparto modelli e campioneria dal 1948 al 1959.


Suo padre Andrea era impresario edile e dal 1943 al 1945 aveva ricevuto dal comune un appalto per la sistemazione di acquedotti rurali, strade e ponti.
Nel 1948, quando Ferruccio Los era assessore alle Finanze nel comune di Marostica, l’impresa di suo padre aveva ricevuto l’incarico di sistemare la fabbrica di Via Roma dove avrebbe avuto sede la “IAS SpA”, con specializzazione definitiva verso l’abbigliamento sportivo, da roccia e da sci.

 Fu la sistemazione dell’edificio di via Roma l’occasione in cui mio padre
chiese all’ingegner Francesco Festa e al dottor Los di farmi entrare nel nuovo
stabilimento.
Queste informazioni riguardanti la sua famiglia ci spingono e chiederci perché non abbia continuato tale tradizione. Tale scelta fu dettata dalla necessità di trovare un lavoro di ritorno dalla guerra o si trattava di una predisposizione per confezionare abiti?
Dopo il mio ritorno dalla guerra, avevo maturato un’esperienza come lavorante presso il laboratorio di sartoria di Crivellaro, a Marostica. Da lui ebbi
in dono le forbici da sarto di Sante Los, che ancora conservo gelosamente in
una piccola collezione di strumenti per cucire.

Chi erano i suoi colleghi di lavoro?

Principalmente il tecnico Geroldi di Milano e Liberatori, un modellista
toscano.

Può ricordare qualche particolare di questa esperienza?

Non ho particolari ricordi del mio lavoro, ma un episodio che fu all’origine
di malintesi all’interno della fabbrica, anche se precedente alla mia assunzione.
Un’importante ordinazione di caschi coloniali, che faceva parte di una
commessa militare, venne cancellata per un errore di due centimetri, riduzione voluta da Geroldi con lo scopo di risparmiare, ma la pressa li ruppe e l’intera
partita andò perduta.

Un episodio che sottolinea come la precisione al millimetro è un punto in comune tra la lavorazione dei cappelli e il lavoro di sartoria, e costituisce un elemento di continuità nella conversione dalla lavorazione dei cappelli all’abbigliamento, anche perché entrambi valorizzano la bellezza femminile. Su tale tema ricordiamo la sua entusiasmante avventura vissuta all’interno dell’atelier Veneziani, a Milano, in seguito alla collaborazione di “Belfe” con “Veneziani Sport” nell’estate del 1951.

Ero stato scelto come giovane lavorante all’interno del reparto campioneria. La collaborazione con Jole Veneziani fu un’esperienza che ci proiettò nel
mondo dell’alta moda, un mondo a noi sconosciuto.

Cosa la colpì maggiormente di quell’esperienza?

Lo stile molto imperioso con cui Jole Veneziani faceva le sue richieste.
Voleva che tutto venisse realizzato nel più breve tempo possibile.
Un particolare indimenticabile era il fatto che i capi venivano indossati da
bellissime mannequins.

È facile intuire che anche la loro bellezza contribuì a portare il “Made in Italy” in tutto il mondo. Ma un’impresa che portò ancora una volta la “Belfe” a essere conosciuta nel mondo fu la spedizione che culminò con la conquista della vetta del K2, nel 1954. Fu un successo dovuto all’accurata preparazione, determinata in parte dalla personale amicizia fra Los e alcuni membri della spedizione, che, offrendo la loro diretta consulenza, permisero di affrontare quei problemi logistici e tecnici che una simile impresa poteva presentare.
Alcuni membri della spedizione (ricordo in particolare Lacedelli e Compagnoni), furono presenti nel corso della realizzazione di tutto l’equipaggiamento per l’impresa: giacche a vento leggere e pesanti, zaini, sacchi a pelo, coperte
imbottite, brande e tende da campo.

Si tratta di una produzione a stretto contatto tra esperto ed esecutore?

Un episodio che offre l’esempio di questa diretta collaborazione è la “mummia”, un capo avvolgente che chiudendosi dall’interno, al di sotto del sacco a
pelo, creava un sistema a più strati inventato per l’occasione.

E ora passiamo a una circostanza che vorremmo chiarire: ci racconti in quale occasione inviò a Ferruccio Los la cartolina di saluti da New York, datata 21 novembre 1959.

Circostanze familiari mi portarono a un viaggio negli Stati Uniti nel 1959.
In tale occasione mi era stato richiesto di contattare un importante cliente
americano, a cui dovevo sottoporre un capo eseguito da “Belfe”.

Ci risulta che “Belfe” era stata scelta da uno stilista americano, credo infatti si trattasse di Irving Grinberg, per l’accuratezza nella confezione dei suoi capi. Cosa avvenne al suo rientro dagli Stati Uniti?

Rientrato in Italia mi fu richiesto di lavorare presso una ditta di confezioni
concorrente, la “Marsport”, il cui proprietario, Francesco Pizzato, era stato so-
cio di Dint, e che, dopo la sua morte, aveva bisogno di una persona al reparto
campioneria.

mercoledì 13 novembre 2013

LETIZIA



LETIZIA: sinonimo di gioia, ricorre in giornali e tv ma non è concime per la mente e non ci darà la felicità. A tutte le nate col col nome di Letizia, Gioia e Felìcita, mando un augurio e non una promessa elettorale.







sabato 9 novembre 2013

LUIGI MENEGOTTO

LUIGI MENEGOTTO
Cofondatore della Sezione CAI di Marostica nel 1946.

La ricerca di documentazione in occasione del convegno su Ferruccio Los ci ha permesso di acquisire informazioni sulla storia di Marostica agli inizi del Novecento e della famiglia Menegotto, che viene ricordata qui sinteticamente.
Nel 1895 è istituita la Società Elettrica, una società commerciale le cui quote di partecipazione erano divise fra Padovan, Menegotto, Ragazzoni e Tasca. Aveva lo scopo di provvedere all’illuminazione pubblica e privata di Nove e Marostica e di garantire forza motrice a oltre una ventina di motori delle macchine per la produzione di cappelli di paglia e di industrie diverse, compresa la macinazione dei grani, un’attività legata alla famiglia Menegotto, titolare di importanti mulini e negozi. Quali sono i suoi ricordi su tali temi?

Si capisce che la mia famiglia era interessata al problema dell’energia, aven-
do un’attività di macinazione. Al nonno era stato suggerito un particolare mo-
tore per la sua azienda, il motore trifase. Menegotto, con Sebastiano Cuman, responsabile dell’acquedotto, ebbe l’idea di creare il bacino di Valle San Floriano. Era necessario tuttavia un dislivello per la produzione dell’energia, così scoprirono che alla Ca’ Boina c’era il salto sufficiente, era la roggia Marcoalda. C’è ancora la centrale in Ca’ Boina che, data l’ubicazione, riforniva anche Nove. Nel mulino in via Tempesta nel giorno di mercato, il martedì, la corte accoglieva una grande quantità di muli e asinelli che vi stazionavano in attesa del carico. In quel giorno venivano i “fattorini” per barattare le granaglie con il “paco de dressa” (pacco di treccia di paglia per confezionare).
Questa prima importante iniziativa della sua famiglia rende evidente che la nostra città era in una condizione di particolare sviluppo, dovuto appunto all’industria della paglia. Provvedere all’illuminazione pubblica e privata costituiva un assoluto primato per un comune di piccole dimensioni quale era allora Marostica.
Marostica è stata uno dei primi centri dell’area veneta che ha avuto l’illumi-
nazione elettrica, il cosiddetto “carbone bianco”, una vera novità per il nostro
Paese. Tale iniziativa ha posto le basi per l’industrializzazione con macchinari
più moderni. Marostica doveva dotarsi di comunicazioni efficienti se si consi-
dera che nel 1895 venne portata e adottata la corrente elettrica, consentendo
una maggiore velocizzazione, precisione e sicurezza del lavoro, resa possibile
dal funzionamento di macchinari elettrici.

A questo punto ci pare importante ricordare il ruolo della Banca Popolare di Marostica, di cui Ferruccio Los fu proboviro dal 1941 al 1961, un’istituzione a cui la famiglia Menegotto è stata legata fin dalla nascita. Riassumiamo in sintesi le tappe di questa società.

Notizie della famiglia risalgono ai figli di Giovanni Battista Menegotto, Luigi
e Clemente. Quest’ultimo fonderà assieme a Melchiorre Cuman e Angelo Cecchetto nel 1888 una Società di Risparmio, con sede in Campo Marzio, il cui capitale avrebbe poi dato vita nel 1892 alla Banca Popolare di Marostica. La partecipazione come soci fondatori esprime una concreta attestazione dell’interesse e della fiducia verso la nuova realtà creditizia da parte di tali famiglie. Il contributo della famiglia Menegotto è importante: dal 1901 al 1918 suo nonno, Luigi Menegotto, è presidente.
Una storia che vede ancora le stesse famiglie impegnate a sostenere tale
importante iniziativa: infatti l’attuale presidente della Banca Popolare di Maro-
stica, Giovanni Cecchetto, è discendente del fondatore; ricordo che mio padre
aveva per lui una stima illimitata.
La tradizione prosegue con il commendatore Tiberio Menegotto a cui si devono importanti iniziative filantropiche. Nel 1961, subentrato a Lorenzo Padovan, propose l’istituzione, in una sua memoria, di un fondo di assistenza per sostenere le attività di solidarietà. Del resto fin dalla sua fondazione la banca si era proposta di accantonare una piccola somma per scopi sociali e assistenziali.
Come presidente della Società di Mutuo Soccorso volle creare la “Scuola di Arti e Mestieri” che aveva sede in via Tempesta, dopo che la ditta “Belfe” aveva lasciato l’edificio per trasferirsi in via Roma.
La Scuola era volta all’istruzione professionale dei giovani che intendevano
avviarsi al mondo del lavoro e che necessitavano di una formazione. C’erano
artigiani molto abili che di sera diventavano insegnanti: Antonio Valerio detto
Toni Botaro che aveva la bottega in contrà Vajenti, saldatore; Attilio Berton,
falegname, aveva bottega alla Pergola; Bartolomeo Strada e Giovanni Salin,
meccanici, e il geometra Angelo Parolin.
Nata nel 1949, la Scuola d’Arte e Mestieri, su iniziativa della Società di Mutuo Soccorso marosticense, ebbe per vent’anni presidente il cavalier Tiberio Menegotto.
La scuola diventò la base su cui si inserirono nel 1957 i Corsi Professionali C.A.P.I., promossi dall’Associazione Industriali della Provincia di Vicenza, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Industria e del Lavoro. Anche qui c’è in qualche modo un legame con la “Belfe”, dato che fu in quella circostanza istituito un corso diurno di cinque anni per confezioniste in serie, la cui insegnante era Agnese Girardi. Esso contribuì non poco a fornire personale qualificato alle locali imprese di confezioni. Era membro del consiglio del C.A.P.I. anche Angelo Carlo Festa. Ma passiamo ora a un’altra connessione che avvicina Ferruccio Los e Luigi Menegotto, quando furono accomunati nella volontà di creare una sezione CAI a Marostica, chenel 1946 e di cui, per un certo periodo, fu vicepresidente lo stesso Menegotto e il dottor Los fu commissario incaricato. Fra i suoi ricordi leggiamo nell’intervista, rilasciata per la celebrazione dei cinquant’anni della sezione CAI, il suo incontro con Gino Soldà,
uno dei protagonisti della spedizione italiana sul K2.
Cominciamo a proporre una foto che mi ricorda tale circostanza: nella foto sono con Gino Soldà e il ragionier Antonio Cortese, direttore della Banca Popolare di Marostica dal 1956 al 1974. Siamo sulla terza torre del Sella. Sullo sfondo il gruppo del Sassolungo. Per una fortunata combinazione ebbi con il ragionier Cortese come guida in questa ascensione Gino Soldà, della sezione CAI Recoaro. La foto, che conservo con orgoglio, è datata agosto 1950 ed è realizzata con l’autoscatto di una Kodak Junior 620.

Quali sono i suoi ricordi degli inizi?

La sezione CAI organizzò, nel 1946, anno della fondazione, varie gite: tra le
prime un’escursione a cima Rosetta e Cimon della Pala e al nevaio sulle Pale
di San Martino. La prima gita della sezione era stata sul Monte Cengio, in occasione del raduno delle sezioni vicentine del CAI per la festa del Primo maggio. Un’altra data che ricordo fu quella del 7 e 8 settembre 1947. I partecipanti all’ascensione sulla Cima Grande di Lavaredo furono Gianni Artuso, Franco Campana, Flavio Costa, Tita Frescura, Gigi Menegotto, Giuseppe Parise, Giovanni Polita, Gigi Roboni, Augusto Serafini. Era una delle prime “Grandi imprese alpinistiche” della sezione CAI di Marostica.
Una meta abituale divenne l’Altopiano negli anni del dopoguerra, in particolare la Malga Verde in Vallerana, data in concessione al CAI di Marostica, per se possibile, recuperare nome e interessamento dell’allora sindaco del comune di Conco, da Pierina Melesso cognome detta Ninona, che possedeva a Conco un negozio di generi alimentari con i quali riforniva il gruppo, arrivando con la slitta e il cavallo. Le prime gite sulla neve della sezione Sci CAI di Marostica, che contava numerosi tesserati appena sorta, avvenivano proprio nella zona di Rubbio e Val Lastaro.

mercoledì 6 novembre 2013

We can do it




 
HARDCORE: capitale immorale d'Italia. Se la visitate, mandate una cartolina a chi merita.
In altra accezione, genere musicale postmoderno, esso affolla le discoteche di nuove generazioni, nemiche della noia di vivere. La combattono accanitamente con sistemi che i loro genitori non hanno mai sperimentato




 

sabato 2 novembre 2013

Antonietta Guerra Bonomo
Magazziniera e impiegata dal 1928 al 1943.



Ci racconti un po’ della sua vita e di come è entrata a lavorare nella “Belloni, Festa & C.”.

Ho vissuto la mia infanzia nel difficile periodo della ricostruzione e della
ripresa della normalità dopo la fine del primo conflitto mondiale. Appena la
formazione scolastica me lo permise, ho dovuto cercarmi un lavoro per aiu-
tare economicamente la famiglia. Così nel 1928 sono entrata giovanissima a
lavorare, come magazziniera, nella “Belloni, Festa & C.”, che allora produceva
quasi esclusivamente cappelli di paglia.
La signora Ada Costamagna Festa, anche lei per molti anni insegnante,
spesso chiedeva notizie alle maestre di scuola sulle ragazze che lavoravano
nell’azienda del marito. Venne a sapere così, dalla mia insegnante, che a scuola
ero stata un’alunna diligente, sveglia e studiosa. Convinse quindi il marito a
mettermi alla prova in un lavoro più impegnativo. Dopo un anno infatti venni
assegnata, in prova, agli uffici.

Come ha conosciuto Ferruccio Los?

Conobbi il dottor Los quando venni proposta per un lavoro in ufficio, poiché era anche il responsabile degli impiegati. Con lui ebbi da subito un ottimo rapporto. Mi ha insegnato a lavorare come, del resto, ha insegnato a lavorare anche a tanti altri. Allora la società era ancora agli inizi e non aveva un organico molto numeroso.


Ricorda com’era organizzato il lavoro di ufficio allora?

Per molti anni addetti agli uffici eravamo in pochi, anche perché, nella
mentalità di allora, il lavoro impiegatizio era considerato una mansione non
produttiva e quindi un peso nell’economia di un’azienda.
Nel periodo antecedente la Seconda Guerra mondiale, in ufficio, oltre a me agli acquisti, c’era il seguente organico: Lena Salin alla contabilità e cassa, Lino Badocco alle vendite, Margherita Viero, segretaria, supporto e aiuto degli
altri, Italia Costa alle paghe.
Tutti lavoravamo in una grande stanza comunicante con l’ufficio del dottor Los, direttore dell’azienda.
Erano anni molto duri e si lavorava anche sodo, ma poi spesso ci si ritrovava fuori dal lavoro, si scherzava e ci si divertiva assieme. Ricordo molte gite
fatte con colleghi e colleghe.


Sappiamo che l’azienda rappresentava allora una delle poche possibilità di lavoro nella comunità di Marostica dove, specialmente per gli uomini, era veramente difficile trovare un impiego senza essere costretti all’emigrazione. Com’era l’ambiente e quali possibilità c’erano di continuare a lavorare con una guerra oramai alle porte?






Nei difficili anni seguiti all’entrata in guerra, il lavoro era garantito solo
dalle commesse dell’esercito. Spesso le maestranze lavoravano “per il magazzino”, così da poter avere un qualche sostentamento economico a fine mese.
Ricordo una confidenza del dottor Los riguardo all’acquisto particolarmente
impegnativo di una grossa quantità di tessuto di lana tipo knickerbocker che gli
veniva offerta a un prezzo assai vantaggioso. Il momento veramente difficile lo
rendeva molto titubante circa l’opportunità di accettare l’offerta, a fronte della
quale doveva impegnare una quantità rilevante di risorse economiche.
 
Ci racconti come la sua vita sia radicalmente cambiata quando, l’11 febbraio 1943, si è sposata con Marco Bonomo. Suo marito, industriale locale, tra il 1951 e il 1955 è stato anche sindaco della città. Tra l’altro, si distinse particolarmente per l’intensa attività per alleviare i problemi delle vittime della tragica alluvione del Polesine del 14 novembre 1951, nonché nei confronti della nostra comunità durante lo straripamento del torrente Longhella il 9 giugno 1953. Questi fatti, oltre al plauso di tutta la comunità, gli valsero anche l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Durante la sua amministrazione, da appassionato scacchista quale è sempre stato, realizzò il suo sogno: rifare la pavimentazione della piazza inserendo la marmorea scacchiera gigante per ambientare in piazza una nuova edizione della partita a scacchi giocata nel 1923, cosa che gli riuscì nel 1954.

La mia vita cambiò in maniera veramente inaspettata. Fu allietata anche dalla nascita di otto figli e quindi non mi rimase molto tempo per dedicarmi ad altre cose, ma la mia esperienza di lavoro alla “Belloni, Festa & C.” mi lasciò un ricordo indelebile. Non solo una grande nostalgia di quell’ambiente eccezionale, ma quanto imparai allora mi servì enormemente in seguito quando, nonostante i figli, riuscii a dedicarmi all’organizzazione degli uffici dell’azienda di mio marito.
Per tutti questi motivi ricorderò sempre con affetto e gratitudine il dottor
Los.

Ha qualche altro ricordo del suo lavoro?

Un giorno, qualche tempo dopo il mio matrimonio, portando a spasso in carrozzina la mia primogenita, incontrai il dottor Los.
In tale occasione mi raccontò di aver poi deciso di acquistare il tessuto di cui ho parlato prima. Con tale acquisto, mi disse, aveva fatto produrre una grande quantità di capi, così da tenere occupata tanta manodopera in quel difficile periodo di guerra. L’azienda inoltre aveva realizzato anche un cospicuo guadagno con la vendita di quei capi.
È sempre stato un grosso problema, per aziende di quel genere, avere una
continuità di lavoro tutto l’anno e bisogna riconoscere che, solo grazie ad amministratori veramente bravi e capaci, si riusciva a trovare qualcosa da produrre per tenere occupata tanta manodopera e farla lavorare durante tutto l’anno senza interruzioni.






mercoledì 30 ottobre 2013

BONGA BONGA



BONGA BONGA: rullio di tamburi che prelude a battaglieri dibattiti tra padani e immigrati (in Italia). Le invasioni barbariche sono ormai tradizione, quello che non sappiamo è cosa dobbiamo aspettarci in un paese dove la creatività supera la stabilità. Gli italiani emigrano e chi non lo è vorrebbe una cittadinanza. Anche se al Nord si credono una magnifica preda, il sospetto che l'Europa sia più vivibile dell'Africa potrebbe far pensare che l'Italia non dà lavoro agli immigrati a scapito degli italiani. Semplicemente ha una posizione più strategica per un lasciapassare in realtà decisamente migliori. 





trench BELFE





sabato 26 ottobre 2013


 MARTINA DINT
Figlia di Augusto, modellista della “Belloni, Festa & C. SA” dal 1938 al 1943.




Cercheremo di raccogliere i ricordi di coloro che sono vissuti accanto a tuo padre, essendo tu una bimba di tre anni quando venne a mancare8.

È vero, la storia della mia famiglia è racchiusa in pochi ricordi che gelosamente custodisco. Di origini polacche, i miei familiari raggiunsero l’Italia dopo varie peregrinazioni attraverso le terre dell’ex-impero asburgico. Il nonno era un abile artigiano che aveva lavorato per “Thonet” e era impiegato a Ospedaletto, in provincia di Brescia, presso un mobilificio come falegname, molto apprezzato perché riusciva a curvare il legno e quindi ricercato per la produzione di sedie. Era stato raggiunto a Brescia da mio padre verso gli anni Trenta.

Parlavano anche cecoslovacco e tedesco e desideravano stabilirsi in Italia.
In quale circostanza venne a Marostica?


Fu in seguito alla richiesta di Gino Pozza, un viaggiatore di commercio di “Belfe”, che gli propose di lavorare in ditta. Un giorno Pozza, visitando un cliente a Brescia, ebbe occasione di ammirare alcuni modelli di giacche da caccia in vendita in quel negozio. Subito interessato chiese il nome della ditta prouttrice di quei modelli. Il cliente, ovviamente, dato che ne possedeva l’esclusiva, mantenne il segreto.
Tuttavia, essendo di grande interesse per la società diversificare la produzione verso nuovi articoli, “Belfe” invitò Pozza a cercare di conoscere il nome di chi realizzava quei capi. Non erano prodotti da una ditta, come si pensava,ma da una persona: Augusto Dint.

Quando entrò a lavorare in “Belfe”?

Venne invitato a Marostica per diventare modellista della “Belloni, Festa & C.” nel 1938. Qualche tempo dopo mio padre divenne dipendente dell’azienda con la qualifica di “tagliatore di abbigliamento sportivo”. Anche il nonno Martino, proprio per le sue qualità di abile artigiano, trovò lavoro a Marostica, nella fabbrica di via Tempesta, dove si era creato il problema di mantenere le attrezzature pur affrontando un nuovo settore, l’abbigliamento. Erano necessari enormi tavoli per il taglio, sedie, dunque ambienti di lavoro riorganizzati per le nuove necessità.
La guerra era alle porte: la fabbrica, con un appalto del Ministero, doveva produrre, per conto dell’esercito italiano, tende da campo, blusotti e caschi per carristi, ma anche tute termiche9 per aviatori e altro abbigliamento mimetico.

Erano i modelli militari che Dint doveva preparare?


Sì, e direi che lo sviluppo taglie, che si deve attribuire alla necessità di vestire l’esercito, fu poi determinante per la nascita di una moderna industria di confezione.
Blusotti, giacche per la caccia, impermeabili e abiti femminili erano ancora un sogno nel cassetto perché limitati a una produzione assolutamente marginale, data la quasi totale mancanza di richiesta dovuta allo stato di guerra.
L’Italia era entrata in guerra e sembrò a tutti che sarebbe stata una guerra lampo e che le commesse di tipo militare sarebbero ben presto terminate, quindi “Belfe” cercò di aprire il suo mercato anche verso all’abito civile.
A Milano fu costituito nel 1949 il Centro Italiano Moda. Allora, come ora, Milano era la capitale della moda e lì nascevano le nuove idee e si formavano le figure professionali attorno cui ruotava la produzione italiana.
Da Milano arrivò Geroldi, esperto in abbigliamento civile, che doveva quindi completare il lavoro che mio padre svolgeva egregiamente in azienda nel settore sportivo. A volte I’invidia, tra colleghi di lavoro, porta a risultati quanto mai spiacevoli. Geroldi, infatti, cominciò a invadere il campo di mio padre e, per rendersi benvisto dalla direzione, a mettersi in competizione con lui.
 
 Vorremmo avere la tua versione su un episodio entrato ormai nella leggenda tra le vecchie
vicende dell’azienda: si tratta dei due centimetri di tessuto economizzati da Geroldi.


Si racconta che, su un modello di caschetto, allora uno dei cavalli di battaglia della produzione, eseguito da mio padre, il signor Geroldi studiò il consumo di tessuto, riducendolo rispetto a quanto aveva stabilito il suo “rivale”.
In produzione quindi venne preferito il suo modello. Mio padre aspettò, fiducioso, la prova dei fatti per veder prevalere le “sue” ragioni e avere quindi la sua rivincita.
Infatti quando buona parte dei caschetti furono messi in una forma per la stiratura le cuciture troppo al limite del tessuto, cominciarono a cedere, facendo aprire come un fiore il caschetto stesso.

Gli attriti continuarono nonostante questa battaglia vinta. Perché ci fu un abbandono della “Belfe” da parte di tuo padre?

Sì, ben presto decise di risolvere altrove il suo problema. L’occasione si presentò quando un conoscente, desideroso di investire dei capitali nel settore dell’abbigliamento, pensò di trovare un tecnico come guida e indirizzo nella sua scelta. Nacque così, dopo varie esperienze la “Marsport”; la soluzione proposta fu un’associazione in partecipazione con pari stipendio e distribuzione degli utili.
Mio padre, da sempre desideroso di avere un’attività propria, ma a cui, purtroppo, mancavano i mezzi finanziari per metterla in atto, la considerò un’occasione da non perdere.
I tempi difficili e la mancanza di indipendenza alla “Belloni, Festa & C.”, dove era affiancato da un collaboratore, lo indussero ad accettare un lavoro che stimava ben più remunerativo considerato anche che, nel frattempo, ero nata io, Martina.
E nonostante l’amicizia di mio padre con il dottor Los, la separazione dalla
“Belloni, Festa & C. SA” diventò inevitabile. Era l’anno 1943.
Comunque l’amicizia con Los non terminò.
Oltre al lavoro mio padre trovò anche un grande amico: Ferruccio Los, che
l’aveva incoraggiato a lavorare a Marostica.
Con lui divideva anche il tempo libero. Tante gite e passeggiate in montagna, d’estate come d’inverno, dove potevano pensare e provare “sul campo” i prodotti sperimentali che uscivano dall’azienda.
Le foto che li ritraggono insieme sono una preziosa testimonianza.




8 Ricordiamo le circostanze che, nel 1946, portarono alla morte di Augusto Dint. “Il destino di si sta compiendo. Infatti si incrocia con quello di un giovane soldato polacco delle truppe di liberazione lasciate a Marostica a garantire l’ordine e la tranquillità nel burrascoso periodo del dopoguerra. Una sera di aprile il giovane, piuttosto alticcio, tanto da scaricare quasi completamente
un caricatore di rivoltella contro le piante che trova sul percorso che lo porta da Roveredo Alto a Marostica, entra nell’osteria dove Augusto Dint e alcuni suoi amici, tra i quali anche Ferruccio Los, stavano aspettando l’ora per andare al cinematografo. Il giovane grida parole in una strana lingua che però Augusto Dint capisce perfettamente. Generoso come sempre, si avvicina al militare e cerca di calmarlo apostrofandolo nella sua stessa lingua. Improvvisamente il soldato, completamente ubriaco, estrae la pistola dalla fondina e spara l’ultimo colpo del caricatore, a bruciapelo, colpendo Augusto al ventre.
Nonostante il ricovero all’ospedale e l’operazione riuscita, una grave infezione lo porta alla morte dopo una ventina di giorni. Gli antibiotici, anche se arrivati in Italia nel dopoguerra, erano ancora una prerogativa per pochi fortunati. Oltre al vecchio padre, Martino, lascia la moglie Malvina e una bimba di soli tre anni, Martina.



9 Proprio le tute termiche per aviatori furono il trampolino di lancio per la citata commessa di abbigliamento da sci prodotta per conto dell’esercito finlandese; questa produzione diede l’occasione di aprirsi verso nuovi possibili futuri orizzonti di mercato, dato che la situazione bellica lasciava poco
spazio alla produzione civile.


mercoledì 23 ottobre 2013

INVIDIA


INVIDIA: figlia del desiderio secondo gli antichi, può volgere ogni aspirazione ad odio smisurato. La Moda ha ricavato da tutto ciò fonte di lucro: “chi bella vuole apparire molto deve soffrire” , e al mercato della sofferenza contribuiscono le invidiose appunto, intanto le invidiate si lasciano colpevolizzare indifferenti a ciò che hanno causato. Il cliente ha sempre ragione!







 
trench BELFE



sabato 19 ottobre 2013

Maria Cuman Zoccai
Operaia e capo reparto dal 1936 al 1978.



Di recente ha avuto un pubblico incontro con i corsisti che nel lontano 1959 ebbero in lei una preziosa maestra di cucito. Cerchiamo di ripercorrere le tappe della sua attività in “Belfe”.

Entrai nel 1936-1937 e vi rimasi fino al 1978. Fui assunta per fornire alle ope-
raie qualificate filo, bottoni, tessuti e materiale vario. La società era la “Belloni,
Festa & C. SA”, e la sede era in via Tempesta e mi trovavo in un salone al piano
superiore con ampie vetrate, caldo d’estate e gelido d’inverno. Allora le condizioni di lavoro erano molto disagevoli, non c’era impianto di riscaldamento e noi provvedevamo a portarci uno scaldino a brace nei giorni più freddi. In quel periodo era responsabile del reparto al piano superiore Alma Moscato e coesistevano una linea di cappelli di paglia, che era ormai alquanto ridotta e una produzione di caschi coloniali richiesti per l’esercito impegnato in Africa.

Si tratta della guerra seguita all’attacco italiano in Abissinia, nel 1935. Qual era la vostra produzione?

In particolare si confezionavano applicazioni dette “regine” per l’interno dei caschi in sughero. Per un breve periodo subentrò come capo reparto Giovanni Volpato, sarto, che fu sindaco di Marostica nella prima amministrazione del dopoguerra, dal 1946 al 1957.

In quel periodo il dottor Los era assessore alle Finanze.

Sì e in tale circostanza Volpato fu sostituito da Lino Guazzo, assieme al tecnico Geroldi di Milano.

Come proseguì la sua carriera?

Dopo circa un anno venni trasferita al salone sottostante, alle confezioni.
Ero addetta alle presse da stiro, dove era mio collega Giovanni Basso, e vi rimasi circa dieci anni.
Anche durante la guerra continuava la produzione di abiti civili, ricordo fino a cinquemila capi di confezione.

Certamente una soluzione che permise di tenere occupata la manodopera. Non era ancora addetta al cucito?

Il lavoro di cucitrice ebbe inizio con il trasferimento delle confezioni sportive in via Roma, nell’edificio dell’ex “Anonima Girardi”, di fronte alle scuole elementari. Responsabili erano Liberatori e Pianezzola. Gran parte della produzione riguardava capi per la caccia, blusotti in pelle, imbottiti di pelliccia.
In seguito venivano prodotti molti impermeabili in nylon, di colore rosso, bleu, marrone e grigio.
Venivano confezionati in grandi quantità calzoni in una qualità di popeline robustissimo, un tessuto fornito dagli americani, perché erano per esportazione.
In quel periodo “Belfe” occupava fino a quattrocento persone.

Quando ebbe inizio la sua attività di insegnante di cucito?
Avvenne quando le macchine per cucire Necchi anteguerra, richieste da Augusto Dint, furono sostituite dal modello “SG” degli anni Cinquanta?

Quando si rese necessario preparare le maestranze all’uso di particolari
macchine per cucire, prodotte dalla ditta “Necchi” di Pavia, venimmo convocate per una prova e vennero misurati i tempi di lavorazione. Io venni scelta. Ricordo che le compagne di fabbrica provarono un certo disagio perché si rendevano conto che difficilmente avrebbero potuto uguagliare la mia prestazione.

Nel 1958 ci fu una visita aziendale a Pavia, presso lo stabilimento “Necchi”, con cui “Belfe” ebbe dunque una lunga e importante collaborazione.

Sì, in quanto si doveva provvedere a una maggiore specializzazione per eseguire le lavorazioni necessarie. Fu avviato un corso in collaborazione con la “Necchi” e la “Belfe” provvide a fornire i locali esternamente allo stabilimento.
Il primo corso era composto da dodici ragazzi ai quali veniva elargito un piccolo aiuto finanziario come apprendisti. Dopo qualche mese, i frequentanti vennero assunti in “Belfe” ma io continuavo, se necessario, a fornire assistenza.
Trattandosi di modelli tecnologicamente avanzati fummo invitati a uno stand allestito alla Fiera di Padova per dimostrazioni di cucito con i corsisti. Si resero necessari altri corsi per impadronirsi dell’abilità richiesta nell’uso di macchinari di una certa complessità e si trattava di formare personale da inserire in ditta.
Concluso il periodo di insegnamento, tornai in fabbrica come responsabile di una linea di produzione e vi rimasi fino al 1978.

mercoledì 16 ottobre 2013

FASCINO





 FASCINO: l'Italia del Grand Tour aveva quello latino, rimane quello del guappo a Bianca Torre, che non gradisce, ma se li ritrova spaparanzati in Parlamento, come il marito in canottiera la domenica. Nuova topica iconografica ci propone il riposo del Bandito, non più braccato dagli sbirri, ma dalla scorta e dall'auto blu. La stagione vacanziera fa maturare il fascino pirata, forse perchè gli elettori capiscono che offre alle donne, ciò che a un uomo piace di loro: dopo giovinezza e bellezza, resta un intelletto che esalta quello altrui.




sabato 12 ottobre 2013

NOI VENDIAMO BRAGHE MA LE BANCHE VENDONO SOLDI

MARIALUISA COSTA
Impiegata e capo ufficio contabilità dal 1947 agli anni Novanta.
Anche il fratello Giovanni è stato per decenni, fino alla pensione, dipendente “Belfe”
come responsabile del personale e dell’ufficio paghe. Grazie al carattere gioviale e comunicativo, Giovanni si è sempre distinto per la sua partecipazione e per l’impegno nell’organizzazione delle diverse attività extra-lavorative che hanno coinvolto molti dipendenti dell’azienda contribuendo a creare un clima di forte amicizia.



Immaginiamo che lei possa vantare una delle carriere più “fedeli” in “Belfe”. Che cosa preferisce ricordare di quel lungo periodo?
Il mio primo impiego fu presso lo scatolificio di Natale e Beppino Filippi4.
Dopo questa prima positiva esperienza entrai in “Belfe” il 4 ottobre 1947, in via
Tempesta (era in realtà la “Belloni, Festa & C. SA”).
Era stata mia insegnante, alla scuola commerciale, Ada Costamagna, moglie dell’ingegner Francesco Festa, titolare della “Belfe”. Insegnava ragioneria,
computisteria e commerciale e mi aveva suggerito per l’assunzione5.
Ero in amministrazione. La ditta produceva abbigliamento civile, impermeabili in particolare.
Si stava costituendo la “IAS SpA” con sede in via Roma e pertanto venni
richiesta dal dottor Los per la contabilità, almeno mezza giornata.

Intende dire che per un certo periodo si divideva tra le due sedi?


Sì, in quanto era necessario un lungo lavoro preparatorio nella costituzione
della società: schede, registri da bollare quotidianamente, verbali del consiglio
di amministrazione e dei sindaci. Inoltre fu necessario ritagliare uno spazio sufficientemente appartato, che nel periodo iniziale era ubicato a fianco della
ciminiera della preesistente “Anonima Girardi”, una ditta che imbiancava la
paglia. Un lato dell’ufficio era dunque tondo ed emanava un grande calore;
non si trattava di un ambiente del tutto confortevole.
Dopo avere impostato il lavoro di ricerca dei documenti, a me venne lasciata
libertà di organizzare la parte di mia competenza e di fare proposte che venivano regolarmente accettate. Il dottor Los verificava ogni giorno il lavoro svolto, ma in un clima di grande rispetto e cordialità. Sapeva evitare le tensioni che si possono creare con un lavoro tanto impegnativo, sapeva essere molto faceto.
Se è vero che senza creatività e contenuti stilistici originali non esiste l’azienda di moda, è altrettanto vero che senza una buona gestione e una rigorosa attenzione manageriale l’azienda di moda non resiste. Avevano luogo spesso momenti di confronto sull’organizzazione del lavoro e sulle decisioni da prendere?
Alcuni a scadenza fissa: era prevista una riunione mensile che veniva verbalizzata, trattandosi di un rapporto di aggiornamento del lavoro svolto e veniva con sorprendente velocità esaminata e approvata dal dottor Los. Nel caso in cui ci fossero degli errori da parte di qualcuno non si perdeva tempo nel sottolinearli ma ci si dava subito da fare per superare il problema.

 In alcuni casi si trattava di innovazioni nell’impostazione dell’attività amministrativa, è così?

Sì, ad esempio la prima macchina contabile era una M40 della Olivetti che
richiese che io facessi un corso a Milano nel 1952. Los era veloce nella visuale
contabile.

Spesso in queste interviste viene messo in evidenza che il personale veniva continuamente aggiornato su ogni iniziativa che mirasse a una maggiore efficienza ed efficacia nel lavoro.
C’era una diffusa situazione di sviluppo rispetto ad altre realtà: gli addetti all’industria vicentina, secondo un rapporto del 1951, erano 124,6 su 1000 residenti contro gli 80,2 del Veneto e 89,3 dell’Italia. Dunque un’area di industrializzazione diffusa che non riguardava solo “Belfe”. All’inizio degli anni Cinquanta “Belfe” affrontò l’apertura del mercato internazionale alla moda italiana. Ci sono episodi legati alle novità che un settore, in un certo senso del tutto nuovo, quale era l’abbigliamento sportivo negli anni Cinquanta, doveva
comportare? Il creatore che vuole inserirsi in un altro mercato deve conoscere il mercato prima di tutto, la vita di quel Paese. Quali erano le attività connesse all’esportazione?



Ci furono molti problemi legati all’esportazione. Quando ebbe inizio la
collaborazione con gli Stati Uniti, non mancava mai al mattino, nella cartella
della contabilità, “Il Sole 24 Ore”, il quotidiano per il controllo del cambio.
Era stata inoltrata richiesta all’Ufficio Nazionale Cambi di commerciare
con l’estero: sterline, franchi svizzeri, scellini austriaci, dollari venivano rego-
larmente verificati nella corrispettiva valuta. C’erano inoltre molti dazi. La ri-
scossione era a carico delle banche ed era necessario valutare il costo dell’ope-
razione, perché non sempre la banca corrispondeva secondo il cambio uffi-
ciale. Talvolta il dottor Los replicava alle mie perplessità: “Si ricordi che noi
vendiamo “braghe” ma le banche vendono soldi”.
Fino agli anni Sessanta, vale a dire con il dottor Los, c’era un unico cliente
americano, Irving Grinberg, distributore dei prodotti “Belfe” presso i più im-
portanti e prestigiosi magazzini statunitensi, come Sachs e Neiman Marcus6.
L’esportazione verso gli Stati Uniti coincise con la collaborazione con
“Veneziani Sport”.

“Belfe” aveva avuto vari modellisti ma una collaborazione con una creatrice di alta moda era un fatto del tutto nuovo, non è così?

Certamente diede a “Belfe” un’impronta del tutto nuova dal momento che
i suoi capi potevano essere riprodotti l’anno successivo con marchio “Belfe”.
Da capi sportivi active con forte connotazione tecnica si passa a una linea leisu-
re elegante sportiva. Jole Veneziani era una delle stiliste più importanti sulla sce-
na dell’alta moda italiana. Il 20 febbraio 1956 sfilò per il transatlantico della moda, “la blasonata crociera della moda italiana che sbarcava a New York”.
Jole Veneziani venne a Marostica prima che venisse costruito il nuovo capannone (1956), quando però la collaborazione con “Belfe”, che durò circa cin
que anni, si stava per concludere.
Si tentò di proporre in Finlandia la sua linea. L’export verso i paesi nordici
fu sempre giudicato una risorsa importante per “Belfe” che poteva così mantenere attiva la linea di prodotti invernali.
Ci sembra che fin dagli inizi il problema fu di trovare una produzione che non fosse legata alla consegna estiva, come per i cappelli di paglia e la linea di cappelli in cotone che rappresentò la prima forma di conversione della produzione.
È vero, per esempio mi hanno raccontato che un tentativo di dare maggior
continuità alla produzione si è verificato quando la società chiese e ottenne di produrre materiali per conto dell’esercito. In quel periodo “Belfe” ottenne una
commessa per la fornitura di abbigliamento da sci per l’esercito finlandese.
Per tale produzione dovette cercare risorse legate a una produzione completa-
mente nuova: furono i primi passi verso un settore ad alta specializzazione che
portarono alla presenza di capi “Belfe” in varie Olimpiadi.
Come si verificò ad esempio nel 1952 a Helsinki, in Finlandia, dove venne-
ro ospitati i giochi olimpici estivi, e nello stesso anno a Oslo, in Norvegia, nei
giochi olimpici invernali, quando l’Italia arrivò prima nella discesa libera con
Zeno Colò; e ancora, nel 1956 a Cortina, Eugenio Monti, medaglia d’argento
nel bob a due e a quattro, vestiva “Belfe”.
Certamente le vittorie alle Olimpiadi di campioni italiani che indossavano
capi “Belfe” offrirebbero materiale per un altro capitolo.


4 Lo scatolificio fu avviato nel 1890 da Francesco Filippi. Amico di Sante Los, come lui faceva parte della Società di Mutuo Soccorso – operante a Marostica dal 1876 – di cui anche Ferruccio Los diventa socio nel 1925.

5 Ada Festa Costamagna si era laureata a Torino nel 1909, prima donna in Italia a essere dottore in economia e commercio, con 110 e lode. Per undici anni fu assistente di Luigi Einaudi, divenuto presidente della Repubblica Italiana che del motto “Innovazione nel rispetto della tradizione” aveva fatto la filosofia della sua vita; anche la scelta di una donna come assistente rappresentava una novità nella granitica struttura universitaria.


6 Sachs Fifth Avenue era un grande magazzino americano fondato nel 1924, rivolto alla fascia alta, raffinata del consumo, puntando sulla moda, sui corner delle grandi griffe come polo d’attrazione.
Neiman Marcus, catena di magazzini americani fondata nel 1907 fu la prima a importare negli Stati Uniti la maglieria italiana Mirsa nell’immediato dopoguerra. Nel 1938 viene istituito il Neiman Marcus Award, premio nato per segnalare stilisti e addetti ai lavori con meriti particolari. Tra gli italiani premiati ci sono, nel 1956, Roberta di Camerino per le sue borse in pelle o in velluto colorato, preceduta da Salvatore Ferragamo nel 1947, e seguita da Mila Schön nel 1966 per il colore, e Missoni nel 1973.

mercoledì 9 ottobre 2013

BELFE


BELFE: del 1936 è la richiesta della società Belloni, Festa & C. al Ministero delle Corporazioni di contraddistinguere con il marchio “Belfe” la produzione di capi sportivi e precisamente caschi, guantoni, guanti e muffole di tela e di cuoio, giacchettoni, giubbe e giubbetti di cuoio, pelli di foca, sacchi da montagna, ghette da sciatori, sudovest, berretti e crocetesta da sciatori.
 La modifica del marchio, del logo recante la parola “Belfe”, inizialmente ideato da Ada Costamagna, moglie dell'ingenier Francesco, è rivista con la calligrafia di Ferruccio Los, logo che rimarrà inalterato fino alla metà degli anni Sessanta.




Logo “Belfe” modificato da Ferruccio Los sulla base di quello ideato nel 1920 dalla Sig.ra Ada Festa Costamagna (Archivio Famiglia Los)
 Risale a questo periodo il primato di “Belfe” nella realizzazione della prima giacca a vento di cotone in popeline impermeabile, mentre già nel 1930 aveva realizzato i primi completi di panno in lana per lo sci.