sabato 16 novembre 2013

GIOVANNI PIANEZZOLA

Giovanni Pianezzola

Reparto modelli e campioneria dal 1948 al 1959.


Suo padre Andrea era impresario edile e dal 1943 al 1945 aveva ricevuto dal comune un appalto per la sistemazione di acquedotti rurali, strade e ponti.
Nel 1948, quando Ferruccio Los era assessore alle Finanze nel comune di Marostica, l’impresa di suo padre aveva ricevuto l’incarico di sistemare la fabbrica di Via Roma dove avrebbe avuto sede la “IAS SpA”, con specializzazione definitiva verso l’abbigliamento sportivo, da roccia e da sci.

 Fu la sistemazione dell’edificio di via Roma l’occasione in cui mio padre
chiese all’ingegner Francesco Festa e al dottor Los di farmi entrare nel nuovo
stabilimento.
Queste informazioni riguardanti la sua famiglia ci spingono e chiederci perché non abbia continuato tale tradizione. Tale scelta fu dettata dalla necessità di trovare un lavoro di ritorno dalla guerra o si trattava di una predisposizione per confezionare abiti?
Dopo il mio ritorno dalla guerra, avevo maturato un’esperienza come lavorante presso il laboratorio di sartoria di Crivellaro, a Marostica. Da lui ebbi
in dono le forbici da sarto di Sante Los, che ancora conservo gelosamente in
una piccola collezione di strumenti per cucire.

Chi erano i suoi colleghi di lavoro?

Principalmente il tecnico Geroldi di Milano e Liberatori, un modellista
toscano.

Può ricordare qualche particolare di questa esperienza?

Non ho particolari ricordi del mio lavoro, ma un episodio che fu all’origine
di malintesi all’interno della fabbrica, anche se precedente alla mia assunzione.
Un’importante ordinazione di caschi coloniali, che faceva parte di una
commessa militare, venne cancellata per un errore di due centimetri, riduzione voluta da Geroldi con lo scopo di risparmiare, ma la pressa li ruppe e l’intera
partita andò perduta.

Un episodio che sottolinea come la precisione al millimetro è un punto in comune tra la lavorazione dei cappelli e il lavoro di sartoria, e costituisce un elemento di continuità nella conversione dalla lavorazione dei cappelli all’abbigliamento, anche perché entrambi valorizzano la bellezza femminile. Su tale tema ricordiamo la sua entusiasmante avventura vissuta all’interno dell’atelier Veneziani, a Milano, in seguito alla collaborazione di “Belfe” con “Veneziani Sport” nell’estate del 1951.

Ero stato scelto come giovane lavorante all’interno del reparto campioneria. La collaborazione con Jole Veneziani fu un’esperienza che ci proiettò nel
mondo dell’alta moda, un mondo a noi sconosciuto.

Cosa la colpì maggiormente di quell’esperienza?

Lo stile molto imperioso con cui Jole Veneziani faceva le sue richieste.
Voleva che tutto venisse realizzato nel più breve tempo possibile.
Un particolare indimenticabile era il fatto che i capi venivano indossati da
bellissime mannequins.

È facile intuire che anche la loro bellezza contribuì a portare il “Made in Italy” in tutto il mondo. Ma un’impresa che portò ancora una volta la “Belfe” a essere conosciuta nel mondo fu la spedizione che culminò con la conquista della vetta del K2, nel 1954. Fu un successo dovuto all’accurata preparazione, determinata in parte dalla personale amicizia fra Los e alcuni membri della spedizione, che, offrendo la loro diretta consulenza, permisero di affrontare quei problemi logistici e tecnici che una simile impresa poteva presentare.
Alcuni membri della spedizione (ricordo in particolare Lacedelli e Compagnoni), furono presenti nel corso della realizzazione di tutto l’equipaggiamento per l’impresa: giacche a vento leggere e pesanti, zaini, sacchi a pelo, coperte
imbottite, brande e tende da campo.

Si tratta di una produzione a stretto contatto tra esperto ed esecutore?

Un episodio che offre l’esempio di questa diretta collaborazione è la “mummia”, un capo avvolgente che chiudendosi dall’interno, al di sotto del sacco a
pelo, creava un sistema a più strati inventato per l’occasione.

E ora passiamo a una circostanza che vorremmo chiarire: ci racconti in quale occasione inviò a Ferruccio Los la cartolina di saluti da New York, datata 21 novembre 1959.

Circostanze familiari mi portarono a un viaggio negli Stati Uniti nel 1959.
In tale occasione mi era stato richiesto di contattare un importante cliente
americano, a cui dovevo sottoporre un capo eseguito da “Belfe”.

Ci risulta che “Belfe” era stata scelta da uno stilista americano, credo infatti si trattasse di Irving Grinberg, per l’accuratezza nella confezione dei suoi capi. Cosa avvenne al suo rientro dagli Stati Uniti?

Rientrato in Italia mi fu richiesto di lavorare presso una ditta di confezioni
concorrente, la “Marsport”, il cui proprietario, Francesco Pizzato, era stato so-
cio di Dint, e che, dopo la sua morte, aveva bisogno di una persona al reparto
campioneria.

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