MARTINA DINT
Figlia di Augusto, modellista della “Belloni, Festa & C. SA” dal 1938 al 1943.
Cercheremo di raccogliere i ricordi di coloro che sono vissuti accanto a tuo padre, essendo tu una bimba di tre anni quando venne a mancare8.
È vero, la storia della mia famiglia è racchiusa in pochi ricordi che gelosamente custodisco. Di origini polacche, i miei familiari raggiunsero l’Italia dopo varie peregrinazioni attraverso le terre dell’ex-impero asburgico. Il nonno era un abile artigiano che aveva lavorato per “Thonet” e era impiegato a Ospedaletto, in provincia di Brescia, presso un mobilificio come falegname, molto apprezzato perché riusciva a curvare il legno e quindi ricercato per la produzione di sedie. Era stato raggiunto a Brescia da mio padre verso gli anni Trenta.
Parlavano anche cecoslovacco e tedesco e desideravano stabilirsi in Italia.
In quale circostanza venne a Marostica?
Fu in seguito alla richiesta di Gino Pozza, un viaggiatore di commercio di “Belfe”, che gli propose di lavorare in ditta. Un giorno Pozza, visitando un cliente a Brescia, ebbe occasione di ammirare alcuni modelli di giacche da caccia in vendita in quel negozio. Subito interessato chiese il nome della ditta prouttrice di quei modelli. Il cliente, ovviamente, dato che ne possedeva l’esclusiva, mantenne il segreto.
Tuttavia, essendo di grande interesse per la società diversificare la produzione verso nuovi articoli, “Belfe” invitò Pozza a cercare di conoscere il nome di chi realizzava quei capi. Non erano prodotti da una ditta, come si pensava,ma da una persona: Augusto Dint.
Quando entrò a lavorare in “Belfe”?
Venne invitato a Marostica per diventare modellista della “Belloni, Festa & C.” nel 1938. Qualche tempo dopo mio padre divenne dipendente dell’azienda con la qualifica di “tagliatore di abbigliamento sportivo”. Anche il nonno Martino, proprio per le sue qualità di abile artigiano, trovò lavoro a Marostica, nella fabbrica di via Tempesta, dove si era creato il problema di mantenere le attrezzature pur affrontando un nuovo settore, l’abbigliamento. Erano necessari enormi tavoli per il taglio, sedie, dunque ambienti di lavoro riorganizzati per le nuove necessità.
La guerra era alle porte: la fabbrica, con un appalto del Ministero, doveva produrre, per conto dell’esercito italiano, tende da campo, blusotti e caschi per carristi, ma anche tute termiche9 per aviatori e altro abbigliamento mimetico.
Erano i modelli militari che Dint doveva preparare?
Sì, e direi che lo sviluppo taglie, che si deve attribuire alla necessità di vestire l’esercito, fu poi determinante per la nascita di una moderna industria di confezione.
Blusotti, giacche per la caccia, impermeabili e abiti femminili erano ancora un sogno nel cassetto perché limitati a una produzione assolutamente marginale, data la quasi totale mancanza di richiesta dovuta allo stato di guerra.
L’Italia era entrata in guerra e sembrò a tutti che sarebbe stata una guerra lampo e che le commesse di tipo militare sarebbero ben presto terminate, quindi “Belfe” cercò di aprire il suo mercato anche verso all’abito civile.
A Milano fu costituito nel 1949 il Centro Italiano Moda. Allora, come ora, Milano era la capitale della moda e lì nascevano le nuove idee e si formavano le figure professionali attorno cui ruotava la produzione italiana.
Da Milano arrivò Geroldi, esperto in abbigliamento civile, che doveva quindi completare il lavoro che mio padre svolgeva egregiamente in azienda nel settore sportivo. A volte I’invidia, tra colleghi di lavoro, porta a risultati quanto mai spiacevoli. Geroldi, infatti, cominciò a invadere il campo di mio padre e, per rendersi benvisto dalla direzione, a mettersi in competizione con lui.
Vorremmo avere la tua versione su un episodio entrato ormai nella leggenda tra le vecchie
vicende dell’azienda: si tratta dei due centimetri di tessuto economizzati da Geroldi.
Si racconta che, su un modello di caschetto, allora uno dei cavalli di battaglia della produzione, eseguito da mio padre, il signor Geroldi studiò il consumo di tessuto, riducendolo rispetto a quanto aveva stabilito il suo “rivale”.
In produzione quindi venne preferito il suo modello. Mio padre aspettò, fiducioso, la prova dei fatti per veder prevalere le “sue” ragioni e avere quindi la sua rivincita.
Infatti quando buona parte dei caschetti furono messi in una forma per la stiratura le cuciture troppo al limite del tessuto, cominciarono a cedere, facendo aprire come un fiore il caschetto stesso.
Gli attriti continuarono nonostante questa battaglia vinta. Perché ci fu un abbandono della “Belfe” da parte di tuo padre?
Sì, ben presto decise di risolvere altrove il suo problema. L’occasione si presentò quando un conoscente, desideroso di investire dei capitali nel settore dell’abbigliamento, pensò di trovare un tecnico come guida e indirizzo nella sua scelta. Nacque così, dopo varie esperienze la “Marsport”; la soluzione proposta fu un’associazione in partecipazione con pari stipendio e distribuzione degli utili.
Mio padre, da sempre desideroso di avere un’attività propria, ma a cui, purtroppo, mancavano i mezzi finanziari per metterla in atto, la considerò un’occasione da non perdere.
I tempi difficili e la mancanza di indipendenza alla “Belloni, Festa & C.”, dove era affiancato da un collaboratore, lo indussero ad accettare un lavoro che stimava ben più remunerativo considerato anche che, nel frattempo, ero nata io, Martina.
E nonostante l’amicizia di mio padre con il dottor Los, la separazione dalla
“Belloni, Festa & C. SA” diventò inevitabile. Era l’anno 1943.
Comunque l’amicizia con Los non terminò.
Oltre al lavoro mio padre trovò anche un grande amico: Ferruccio Los, che
l’aveva incoraggiato a lavorare a Marostica.
Con lui divideva anche il tempo libero. Tante gite e passeggiate in montagna, d’estate come d’inverno, dove potevano pensare e provare “sul campo” i prodotti sperimentali che uscivano dall’azienda.
Le foto che li ritraggono insieme sono una preziosa testimonianza.
8 Ricordiamo le circostanze che, nel 1946, portarono alla morte di Augusto Dint. “Il destino di si sta compiendo. Infatti si incrocia con quello di un giovane soldato polacco delle truppe di liberazione lasciate a Marostica a garantire l’ordine e la tranquillità nel burrascoso periodo del dopoguerra. Una sera di aprile il giovane, piuttosto alticcio, tanto da scaricare quasi completamente
un caricatore di rivoltella contro le piante che trova sul percorso che lo porta da Roveredo Alto a Marostica, entra nell’osteria dove Augusto Dint e alcuni suoi amici, tra i quali anche Ferruccio Los, stavano aspettando l’ora per andare al cinematografo. Il giovane grida parole in una strana lingua che però Augusto Dint capisce perfettamente. Generoso come sempre, si avvicina al militare e cerca di calmarlo apostrofandolo nella sua stessa lingua. Improvvisamente il soldato, completamente ubriaco, estrae la pistola dalla fondina e spara l’ultimo colpo del caricatore, a bruciapelo, colpendo Augusto al ventre.
Nonostante il ricovero all’ospedale e l’operazione riuscita, una grave infezione lo porta alla morte dopo una ventina di giorni. Gli antibiotici, anche se arrivati in Italia nel dopoguerra, erano ancora una prerogativa per pochi fortunati. Oltre al vecchio padre, Martino, lascia la moglie Malvina e una bimba di soli tre anni, Martina.
9 Proprio le tute termiche per aviatori furono il trampolino di lancio per la citata commessa di abbigliamento da sci prodotta per conto dell’esercito finlandese; questa produzione diede l’occasione di aprirsi verso nuovi possibili futuri orizzonti di mercato, dato che la situazione bellica lasciava poco
spazio alla produzione civile.
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