mercoledì 11 dicembre 2013

LIONORA






LIONORA: La bella, tra belle femmine e belle dame. Contesa tra due spasimanti in una partita a scacchi, nella fantasia di Vucetich è assente ogni altro suo aspetto, ma la sua storia ha dato nome a molte neonate di Marostica.
Icona di bellezza ancora attuale, oggi vittima del casting dei Lele Mora di turno, le auguriamo di abbagliare con la sua bellezza ciò che di lei non brilla,anche dove non batte il sole.



sabato 7 dicembre 2013

DIRCE VIERO PEDRON


Prima impiegata e poi capo ufficio vendite dal 1945 agli anni Novanta.
Proviamo a ricordare le circostanze che la portarono alla decisione di entrare in
“Belfe”.


Mia sorella Margherita aveva lavorato a lungo in “Belfe”, all’ufficio vendite.
Aveva lasciato l’impiego quando nel 1945 si era sposata. Mi era già capitato di
andare in ufficio “Belfe” per fare pratica, mentre frequentavo un corso di dattilografia, cosi, nel 1945, giovanissima, venni assunta.
Un particolare che denota un’epoca è il fatto che in ufficio dovevamo indossare un grembiule nero con il colletto bianco.

Come proseguì la sua carriera?

In realtà venne presto interrotta, perché dopo il matrimonio andai a vivere
a Bassano e al momento della maternità decisi di licenziarmi. Quando rimase
vacante il posto occupato da Mario Scuro rientrai in “Belfe” su richiesta del
dottor Los. Era anche necessario che qualcuno si occupasse dell’organizzazio-
ne e gestione degli archivi d’ufficio della fabbrica di biancheria che Los aveva
fondato negli anni Cinquanta con la moglie Maddalena Parolin, quando sem-
brava che la “Belfe” non dovesse più continuare la sua attività.
In quegli anni c’era un ambiente piacevole: una vera fucina di idee. Il lavoro
era interessante ma anche sempre più impegnativo, tanto che al momento del mio definitivo licenziamento fu assunto un direttore commerciale per sostituirmi.
Ero addetta all’ufficio vendite, per cui ero responsabile dei rapporti con i
clienti: negli ultimi anni erano circa quattrocento e si trattava di negozi di alta
qualità. Il dottor Los curava ogni dettaglio: era sempre alla ricerca di nuovi
clienti e preparava gli incontri. È come se fosse stato in grado di intuire le esi-
genze dei mercato.
È evidente che un risultato simile richiede ricerche, analisi di mercato, problemi che implicano una capacità di prevedere le esigenze concrete del cliente. È un lavoro di immagine che portò in quel periodo alla creazione del pay off aziendale “l’eleganza nello sport” che riassume il messaggio di vendita.
Come afferma Micol Fontana, “c’è da distinguere tra l’eleganza e la moda. La moda deve fare eleganza”.

Nel periodo in cui l’azienda si era affermata c’era infatti l’unico marchio “Belfe”. Agli inizi i clienti più importanti richiedevano il marchio del negozio, che andava la propria etichetta, dunque un doppio marchio.
“Belfe” nel 1959 è presente con l’alta moda nelle sfilate spettacolo di Palazzo Grassi a Venezia, dove vi era l’obbligo che sfilassero solo capi prodotti in fibre artificiali. L’alta moda è la musa ispiratrice del prêt-à-porter e si differenza per l’estro, lo studio accurato, la ricerca del modello coordinato al tessuto, al ricamo.
Per le collaborazioni con Avolio11 e Veneziani, veniva mandato il prototipo
e dopo il primo anno di esclusiva come capo unico di alta moda, lo smontavamo e veniva sviluppato nelle varie taglie.
Veneziani dava spunti molto belli, si trattava di capi che non avevano
un’impronta puramente sportiva.
Il sistema di esclusiva a un solo negozio crea un vantaggio competitivo per il cliente, ma impegna la ditta produttrice a mantenere una qualità elevata, un prodotto qualificante e di firma rivolto a un mercato internazionale.

 Ci sembra che “Belfe” in seguito abbia deciso di creare altre linee proprio per allargare il mercato di riferimento, in segmenti diversi dal target tradizionale.

Si, ma avvenne dopo la morte del dottor Los, quando fu creato lo stabilimento di Trieste, la “Holiday”, nel 1965, che fu anche meta di una delle nostre gite aziendali.
Infatti numerosi clienti, non potendo ottenere la linea “Belfe” a causa della
scelta distributiva basata su rapporti di esclusiva, richiedevano di poter comunque proporre un prodotto con caratteristiche affini.
 
Cosa ricorda dei clienti degli anni Cinquanta e Sessanta?

È impossibile nominarli tutti. Citerò le persone legate al dottor Los da
amicizia.
La celebre guida alpina Toni Gobbi, bassanese e fratello del tenore Tito
Gobbi, possedeva un negozio a Courmayeur e divideva con Los la passione per
la montagna. Anche Gino Soldà era compagno di gite e iscritto al CAI di Recoaro. Fu un’amicizia importante perché Soldà suggerì “Belfe” per l’equipaggiamento della spedizione del K2 nel 1954, non solo per l’abbigliamento ma anche per lettini da campo e tende, per i quali fu utilizzata una tela gommata.
 
C’erano settori che davano continuità di ordinazioni senza richiedere una continua sperimentazione e innovazione tecnologica?

Sì, ad esempio il settore della caccia aveva tipologie intramontabili, senza
campionario annuale. I clienti facevano ordini anticipati di tutte le taglie e a
fine stagione erano tutti venduti. Agli inizi era seguito da Ezio Liberatori.
I modelli classici erano in fustagno, in tessuto gommato verde muschio per
le prime giacche a vento imbottite con il cappuccio e la mefista12, le giacche per
la caccia “da botte”, così chiamate perché si doveva sostare in palude dentro la
botte, per la caccia alle anitre selvatiche.


 11 Giorgio Avolio, sarto milanese, rappresentò, insieme a Bertoli, a Pucci, alla Tessitrice dell'Isola, la moda boutique alla prima sfilata organizzata da Giorgini a Firenze, alla nascita della moda italiana, il 12 febbraio 1951. La sua insegna era la classicità.

12 La mefista è una cuffia di lana tipo passamontagna.

mercoledì 4 dicembre 2013

VENEZIANI, JOLE






VENEZIANI, JOLE : (Taranto 1901 – Milano 1989)  stilista milanese, commissionò la produzione della linea Veneziani sport alla Belfe per alcuni anni. Il suo atelier era in via Montenapoleone a Milano.
Le sue collezioni sfilavano alla Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze. 

















 

sabato 30 novembre 2013

NIVES RIPAMONTI GOLIN


Moglie di Alfonso, impiegato, viaggiatore e rappresentante dal 1932-1933 agli anni Ottanta.
Le nostre famiglie sono legate da una lunghissima e solida amicizia. I nostri ricordi
sono un po’ vaghi. La pregherei di voler riportare l’esperienza professionale di suo
marito.

Direi che è stato quasi il destino a determinare, come in tantissimi altri
casi, la mia vita, al fianco di Alfonso.
Era il luglio del 1947 ed ero a Casteltesino, in vacanza, assieme a mia sorella. Lì ebbi la fortuna di conoscere la signora Maddalena, moglie del dottor Los,
che si trovava nel medesimo mio albergo.
Era una signora gentile ma isolata e, molto di frequente sola, intenta a
leggere o scrivere. Essendo la lettura anche una delle mie passioni, questo fu
il legame che ci spinse ad allacciare un’amicizia che si rivelò subito piena di
interessi e passioni in comune.
Una sera, come tante altre volte, il marito venne a trovarla ma questa volta
era accompagnato da Alfonso. Cenammo allo stesso tavolo e quella fu la prima
occasione che ebbi per conoscerlo.

Durante i restanti giorni della mia vacanza ebbi occasione di approfondire,
con quella che oramai era diventata la mia amica, il discorso su Alfonso. La
signora conosceva molti particolari del rapporto tra il dottor Los e Alfonso,
segno evidente che il marito gliene aveva parlato spesso, essendo Alfonso uno
dei suoi migliori amici.
Entrambi da giovani vivevano a ridosso della Pieve di Santa Maria, Alfonso era dirimpettaio del nonno di Ferruccio. Da adulti poi trascorrevano insieme gran parte del loro tempo libero dedicandosi alla comune passione per la montagna. Ma spesso nelle domeniche o nei giorni di festa, passeggiavano assieme ad altri amici nelle colline o giocavano a scacchi, gioco molto diffuso a quell’epoca nelle case e nei bar di Marostica.
La nostra unione, che avvenne nel 1950, fu da subito solida e intensa, presto
allietata dalla nascita di due figli.
Anche il fatto che il dottor Los fosse direttore della “Belfe” determinò la
scelta che Alfonso fece, quando, dopo una esperienza in banca, cominciò a
lavorare per la ditta di abbigliamento.
Ciò accadde nel 1933. Subito divenne viaggiatore di commercio per l’abbigliamento civile (“ICA”) per l’area di Nord-Ovest, area di particolare impor
tanza perché costituiva e costituisce tutt’ora il cosiddetto triangolo industriale.
Ben presto però, essendo cessata l’attività della “ICA” passò, come tanti altri
viaggiatori “Belfe”, all’abbigliamento sportivo (“IAS”) per la medesima zona,
di cui diventò poi anche ispettore.
Questo ci portò ovviamente a vivere a Milano.

Lei vive tutt’ora a Milano, dove risiedono anche i suoi figli. Quali sono i suoi ricordi dell’attività milanese di “Belfe”? Nel 1949 Milano era diventata sede del Centro Italiano Moda, allora costituitosi. Ha ricordi dell’eleganza in quegli anni? La domanda viene spontanea pensando alla sua particolare sensibilità artistica e agli accostamenti cromatici dei suoi quadri di cui ci ha fatto gentile dono. Passando a “Veneziani Sport”, cosa ricorda?

Per un certo periodo, dopo che venne chiuso l’ufficio di Piazza del Duomo,
la sede sociale della società venne trasferita anche presso la nostra abitazione,
prima di essere portata a Vicenza.
Dell’esperienza di Jole Veneziani conosco qualche particolare che Alfonso
mi raccontò, essendo avvenuta agli inizi della nostra conoscenza.
Alfonso mi raccontava che fu un periodo fecondo di idee per l’azienda anche se incise molto dal punto di vista economico nei bilanci della stessa. Praticamente i capi erano pezzi unici e trattati e rifiniti con la massima cura.
Ricordo che volentieri sostavo per ammirare il negozio di “Veneziani Sport” in via Montenapoleone. Negli anni Cinquanta la via costituiva già il cuore dell’eleganza milanese. Il negozio ha poi mantenuto la sua denominazione fino ai giorni nostri.

Lì mi fermavo, e mi fermo tutt’ora ben volentieri, quando mi capita, ad
ammirare l’eleganza e gli accostamenti cromatici che i capi esposti presentano
e presentavano già fin d’allora.

mercoledì 27 novembre 2013

ACCESSORIO









ACCESSORIO Complemento di vestiario. La storia della ragazza dalla sciarpa verde ci dice quanto dicono di noi, sono personali e il loro acquisto definisce la creatività femminile: un nome azzeccato è la storica Boutique Manicomio di Portovenere, in liguria. Degna di uno studio di psicologia è la mania delle scarpe spesso schierate lungo le pareti di case famose, e ancor più attenzione attirano certe mode come le scimmiette sulla spalla nella Spagna barocca, i cagnolini taggati con le fashion blogger o certi toy-boy in località famose.
Ogni stagione vive il dilemma della nuova it- bag, l'importante è non poter farne a meno, pertanto, che sia una sola sciarpa o una pila di scarpe, il loro segno particolare è ... talmente bello da essere indispensabile. 



sabato 23 novembre 2013

MARIA PIZZATO


Operaia e capo reparto dal 1935 al 1958.


Quando entrò in fabbrica?

Nel 1934, per interessamento di Alfonso Golin.


Quali erano le mansioni per le quali era stata assunta?

Iniziai come addetta ai cappelli in tela, che si potevano cucire con una variante alle macchine per i cappelli di paglia. Consisteva in una piastra che rendeva possibile la cucitura su tela.
Uno dei modelli più richiesti, chiamato “bagnini”, prodotto per bambini e
bagnanti era in cotone piqué bianco.

Come si presentava il luogo di lavoro considerando che era già iniziata una produzione alternativa alla paglia?

Ricordo solamente che in quel periodo una parte della sala manteneva una
linea di confezione di cappelli in paglia.

Cosa ricorda della produzione di capi militari?

Vennero realizzati modelli per caschi coloniali con sughero e fettucce di tela.
Si realizzavano inoltre tende da campo e, con la stessa tela, zaini e tascapani.
Quando l’Italia entrò in guerra contro l’Albania, nel 1939, furono richiesti
giacconi in pelle da camionista e motociclista, per i quali Augusto Dint fece
acquistare otto macchine Necchi di tipo speciale.
Il mio compito era preparare cinture, colli e altri parti che venivano piegate
e incollate con il mastice, su cui si cuciva con una rotella.

Seguiva anche la produzione di abbigliamento civile?

Ricordo in particolare un modello esclusivo, in tela gommata, un giaccone
sportivo, di colore bianco, realizzato perché venne richiesto con la massima
urgenza da un sarto di Cortina d’Ampezzo per un cliente importante, Bruno
Mussolini, nel 194110.
In quel periodo era stilista e modellista Augusto Dint, che curava anche lo
sviluppo dei campioni. Ricordo che a volte venivo chiamata per provare dei
modelli di giacca a vento e altri capi.
Una produzione che ci impegnò particolarmente fu un ordine di cinquemila abiti maschili. Venivano realizzati anche caschi in pelle con una macchina
particolare che smussava le cuciture della pelle. Quando Dint nel 1943 si licenziò, venne una modellista, la signora Elena Gualazzini, che lavorava al taglio con Pianezzola, per la produzione di capi femminili, e Liberatori per i capi
maschili, che mi chiamò nel reparto campionatura.


Dalle sue parole si intuisce che era stata scelta per la precisione e la velocità con cui realizzava le cuciture. Ebbe anche incarichi di responsabilità?

Dopo un controllo dei tempi di produzione, venni nominata capo reparto
quando era stata introdotta “la giostra”, uno strumento per la produzione in
serie realizzato dalle officine “Strada” di Marostica. Si trattava di un sistema
rotante la cui velocità veniva stabilita in base a uno studio sui tempi di produzione. Le operaie non sempre erano in grado di assolvere con lo stesso ritmo la quantità di lavoro richiesto. Era una specie di catena di montaggio in cui la lavorazione veniva suddivisa in venti operazioni. Questo nome curioso, la
giostra, fu dato dalle lavoranti perché venne introdotto in concomitanza con
una festa molto amata da Marostica, la sagra del Beato Lorenzino: la velocità richiesta dalla “catena”, ricordava alle addette il luna park allestito in quei
giorni in Campo Marzio. In realtà mi pare di ricordare che il suo nome fosse
“Varium”.

Quali erano i capi maggiormente prodotti?

Le giacche da caccia (particolarmente elaborate, formate da settantacinque pezzi) prevalentemente in fustagno marrone che avevano un modello particolare, in quanto si dovevano poter inserire le cartucciere e la selvaggina in
una tasca posteriore detta “bressana”. In modo analogo venivano realizzati i
gilet. Anche i montgomery, in particolare un capo con la fodera scozzese, ave-
vano una forte produzione.

Uno dei motivi per cui abbiamo cercato di incontrarci con lei è dovuto al fatto che Giovanni Pianezzola ricorda che era stata scelta per recarsi a Milano nell’atelier Veneziani quando era iniziata la collaborazione con questa importante stilista.

A Milano trascorsi quindici giorni. Ci trasferimmo con le macchine per cucire Necchi in quanto Jole Veneziani, se si eccettua una macchina di sua sorella,
realizzava capi cuciti a mano. Eravamo accompagnate da Maria Zuliani, una
giovane modellista scelta per sostituire Liberatori e per affiancare Jole Venezia-
ni – che seguiva personalmente ogni momento della lavorazione – per la quale
esigeva tempi di consegna molto rapidi. Un capo di complessa esecuzione fu
un modello di impermeabile in gabardine di cotone, rovesciabile, svasato nel
fondo. Venivano realizzati anche capi con l’interno in seta.
L’atelier di Jole Veneziani era al numero 8 di via Montenapoleone, attiguo al caffè pasticceria Cova, una vera istituzione milanese di quegli anni. Trovarsi a lavorare in un atelier di alta moda in alternativa a un salone di fabbrica era certamente per una ragazza di Marostica un’esperienza fuori dal comune.
 Ciò che mi colpì maggiormente fu un enorme sipario di velluto, indispen-
sabile per tenere nascoste le ultime creazioni.

Erano gli inizi per l’alta moda italiana e lavorare nella più assoluta segretezza era necessario per mantenere inalterato il suo prezioso, costosissimo carattere di irripetibile unicità. Come lei ha ricordato, l’alta moda realizzava capi unici, creati per una sola cliente, rigorosamente confezionati a mano, quasi l’equivalente di un’opera d’arte. Non è cambiato molto se anche le sfilate attuali delle collezioni alta moda si compongono di modelli esclusivi, unici e di immagine, rivolti a una clientela selezionata che richiede capi su misura.
La collaborazione con Veneziani da un lato richiese costi notevoli a causa dell’unicità di ogni capo realizzato, ma nell’anno successivo “Belfe” poteva utilizzare i capi di “Veneziani Sport” anche con la propria firma.

Ricorda qualche episodio del periodo della campioneria?

 Immaginiamo ricordi la realizzazione dei capi per la spedizione del K2 del 1954.
Uno dei partecipanti, Gino Soldà, che era anche cliente perché aveva un negozio di articoli sportivi a Recoaro, seguì personalmente alcuni particolari per la realizzazione dei capi per la spedizione.

Per quanto tempo rimase a lavorare in “Belfe”?

Rimasi venticinque anni circa, dal 1935 al 1958. Cessai di lavorare perché nel
periodo trascorso in campioneria avevo forti dolori alla schiena.


10
Bruno, il figlio di Benito Mussolini, dirigeva la L.A.T.I. (Linee Aeree Transcontinentali Italiane), una linea aerea che copriva la tratta Italia-Brasile.

mercoledì 20 novembre 2013

NEIMAN MARCUS

 






NEIMAN MARCUS : catena di magazzini americani fondata nel 1907, fu la prima catena di magazzini USA a importare la maglieria italiana Mirsa nell’immediato dopoguerra. Roberta di Camerino venne premiata con l’Oscar della moda, il Neiman Marcus Award, per le sue borse in pelle o in velluto colorato. (Si trattava di un premio nato nel ’38 per segnalare stilisti e addetti ai lavori con meriti particolari; prima di lei un altro italiano a vincerlo era stato Ferragamo nel ‘47,in seguito Mila Schon nel ’66 per il colore, Missoni nel ’73).