sabato 12 ottobre 2013

NOI VENDIAMO BRAGHE MA LE BANCHE VENDONO SOLDI

MARIALUISA COSTA
Impiegata e capo ufficio contabilità dal 1947 agli anni Novanta.
Anche il fratello Giovanni è stato per decenni, fino alla pensione, dipendente “Belfe”
come responsabile del personale e dell’ufficio paghe. Grazie al carattere gioviale e comunicativo, Giovanni si è sempre distinto per la sua partecipazione e per l’impegno nell’organizzazione delle diverse attività extra-lavorative che hanno coinvolto molti dipendenti dell’azienda contribuendo a creare un clima di forte amicizia.



Immaginiamo che lei possa vantare una delle carriere più “fedeli” in “Belfe”. Che cosa preferisce ricordare di quel lungo periodo?
Il mio primo impiego fu presso lo scatolificio di Natale e Beppino Filippi4.
Dopo questa prima positiva esperienza entrai in “Belfe” il 4 ottobre 1947, in via
Tempesta (era in realtà la “Belloni, Festa & C. SA”).
Era stata mia insegnante, alla scuola commerciale, Ada Costamagna, moglie dell’ingegner Francesco Festa, titolare della “Belfe”. Insegnava ragioneria,
computisteria e commerciale e mi aveva suggerito per l’assunzione5.
Ero in amministrazione. La ditta produceva abbigliamento civile, impermeabili in particolare.
Si stava costituendo la “IAS SpA” con sede in via Roma e pertanto venni
richiesta dal dottor Los per la contabilità, almeno mezza giornata.

Intende dire che per un certo periodo si divideva tra le due sedi?


Sì, in quanto era necessario un lungo lavoro preparatorio nella costituzione
della società: schede, registri da bollare quotidianamente, verbali del consiglio
di amministrazione e dei sindaci. Inoltre fu necessario ritagliare uno spazio sufficientemente appartato, che nel periodo iniziale era ubicato a fianco della
ciminiera della preesistente “Anonima Girardi”, una ditta che imbiancava la
paglia. Un lato dell’ufficio era dunque tondo ed emanava un grande calore;
non si trattava di un ambiente del tutto confortevole.
Dopo avere impostato il lavoro di ricerca dei documenti, a me venne lasciata
libertà di organizzare la parte di mia competenza e di fare proposte che venivano regolarmente accettate. Il dottor Los verificava ogni giorno il lavoro svolto, ma in un clima di grande rispetto e cordialità. Sapeva evitare le tensioni che si possono creare con un lavoro tanto impegnativo, sapeva essere molto faceto.
Se è vero che senza creatività e contenuti stilistici originali non esiste l’azienda di moda, è altrettanto vero che senza una buona gestione e una rigorosa attenzione manageriale l’azienda di moda non resiste. Avevano luogo spesso momenti di confronto sull’organizzazione del lavoro e sulle decisioni da prendere?
Alcuni a scadenza fissa: era prevista una riunione mensile che veniva verbalizzata, trattandosi di un rapporto di aggiornamento del lavoro svolto e veniva con sorprendente velocità esaminata e approvata dal dottor Los. Nel caso in cui ci fossero degli errori da parte di qualcuno non si perdeva tempo nel sottolinearli ma ci si dava subito da fare per superare il problema.

 In alcuni casi si trattava di innovazioni nell’impostazione dell’attività amministrativa, è così?

Sì, ad esempio la prima macchina contabile era una M40 della Olivetti che
richiese che io facessi un corso a Milano nel 1952. Los era veloce nella visuale
contabile.

Spesso in queste interviste viene messo in evidenza che il personale veniva continuamente aggiornato su ogni iniziativa che mirasse a una maggiore efficienza ed efficacia nel lavoro.
C’era una diffusa situazione di sviluppo rispetto ad altre realtà: gli addetti all’industria vicentina, secondo un rapporto del 1951, erano 124,6 su 1000 residenti contro gli 80,2 del Veneto e 89,3 dell’Italia. Dunque un’area di industrializzazione diffusa che non riguardava solo “Belfe”. All’inizio degli anni Cinquanta “Belfe” affrontò l’apertura del mercato internazionale alla moda italiana. Ci sono episodi legati alle novità che un settore, in un certo senso del tutto nuovo, quale era l’abbigliamento sportivo negli anni Cinquanta, doveva
comportare? Il creatore che vuole inserirsi in un altro mercato deve conoscere il mercato prima di tutto, la vita di quel Paese. Quali erano le attività connesse all’esportazione?



Ci furono molti problemi legati all’esportazione. Quando ebbe inizio la
collaborazione con gli Stati Uniti, non mancava mai al mattino, nella cartella
della contabilità, “Il Sole 24 Ore”, il quotidiano per il controllo del cambio.
Era stata inoltrata richiesta all’Ufficio Nazionale Cambi di commerciare
con l’estero: sterline, franchi svizzeri, scellini austriaci, dollari venivano rego-
larmente verificati nella corrispettiva valuta. C’erano inoltre molti dazi. La ri-
scossione era a carico delle banche ed era necessario valutare il costo dell’ope-
razione, perché non sempre la banca corrispondeva secondo il cambio uffi-
ciale. Talvolta il dottor Los replicava alle mie perplessità: “Si ricordi che noi
vendiamo “braghe” ma le banche vendono soldi”.
Fino agli anni Sessanta, vale a dire con il dottor Los, c’era un unico cliente
americano, Irving Grinberg, distributore dei prodotti “Belfe” presso i più im-
portanti e prestigiosi magazzini statunitensi, come Sachs e Neiman Marcus6.
L’esportazione verso gli Stati Uniti coincise con la collaborazione con
“Veneziani Sport”.

“Belfe” aveva avuto vari modellisti ma una collaborazione con una creatrice di alta moda era un fatto del tutto nuovo, non è così?

Certamente diede a “Belfe” un’impronta del tutto nuova dal momento che
i suoi capi potevano essere riprodotti l’anno successivo con marchio “Belfe”.
Da capi sportivi active con forte connotazione tecnica si passa a una linea leisu-
re elegante sportiva. Jole Veneziani era una delle stiliste più importanti sulla sce-
na dell’alta moda italiana. Il 20 febbraio 1956 sfilò per il transatlantico della moda, “la blasonata crociera della moda italiana che sbarcava a New York”.
Jole Veneziani venne a Marostica prima che venisse costruito il nuovo capannone (1956), quando però la collaborazione con “Belfe”, che durò circa cin
que anni, si stava per concludere.
Si tentò di proporre in Finlandia la sua linea. L’export verso i paesi nordici
fu sempre giudicato una risorsa importante per “Belfe” che poteva così mantenere attiva la linea di prodotti invernali.
Ci sembra che fin dagli inizi il problema fu di trovare una produzione che non fosse legata alla consegna estiva, come per i cappelli di paglia e la linea di cappelli in cotone che rappresentò la prima forma di conversione della produzione.
È vero, per esempio mi hanno raccontato che un tentativo di dare maggior
continuità alla produzione si è verificato quando la società chiese e ottenne di produrre materiali per conto dell’esercito. In quel periodo “Belfe” ottenne una
commessa per la fornitura di abbigliamento da sci per l’esercito finlandese.
Per tale produzione dovette cercare risorse legate a una produzione completa-
mente nuova: furono i primi passi verso un settore ad alta specializzazione che
portarono alla presenza di capi “Belfe” in varie Olimpiadi.
Come si verificò ad esempio nel 1952 a Helsinki, in Finlandia, dove venne-
ro ospitati i giochi olimpici estivi, e nello stesso anno a Oslo, in Norvegia, nei
giochi olimpici invernali, quando l’Italia arrivò prima nella discesa libera con
Zeno Colò; e ancora, nel 1956 a Cortina, Eugenio Monti, medaglia d’argento
nel bob a due e a quattro, vestiva “Belfe”.
Certamente le vittorie alle Olimpiadi di campioni italiani che indossavano
capi “Belfe” offrirebbero materiale per un altro capitolo.


4 Lo scatolificio fu avviato nel 1890 da Francesco Filippi. Amico di Sante Los, come lui faceva parte della Società di Mutuo Soccorso – operante a Marostica dal 1876 – di cui anche Ferruccio Los diventa socio nel 1925.

5 Ada Festa Costamagna si era laureata a Torino nel 1909, prima donna in Italia a essere dottore in economia e commercio, con 110 e lode. Per undici anni fu assistente di Luigi Einaudi, divenuto presidente della Repubblica Italiana che del motto “Innovazione nel rispetto della tradizione” aveva fatto la filosofia della sua vita; anche la scelta di una donna come assistente rappresentava una novità nella granitica struttura universitaria.


6 Sachs Fifth Avenue era un grande magazzino americano fondato nel 1924, rivolto alla fascia alta, raffinata del consumo, puntando sulla moda, sui corner delle grandi griffe come polo d’attrazione.
Neiman Marcus, catena di magazzini americani fondata nel 1907 fu la prima a importare negli Stati Uniti la maglieria italiana Mirsa nell’immediato dopoguerra. Nel 1938 viene istituito il Neiman Marcus Award, premio nato per segnalare stilisti e addetti ai lavori con meriti particolari. Tra gli italiani premiati ci sono, nel 1956, Roberta di Camerino per le sue borse in pelle o in velluto colorato, preceduta da Salvatore Ferragamo nel 1947, e seguita da Mila Schön nel 1966 per il colore, e Missoni nel 1973.

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