sabato 28 settembre 2013

LINO BADOCCO, CON L'AFFETTUOSA PERTECIPAZIONE DELLA MOGLIE CELESTINA CUMAN


Dal 1936 agli anni Novanta successivamente operaio, impiegato all’ufficio vendite, e infine viaggiatore e rappresentante.
Come ebbe inizio la sua carriera in “Belfe”?

Sono entrato alla “Belfe” nel 1936 (avevo quattordici anni) e dato che la ditta in quel periodo si era assicurata una grossa fornitura di caschi coloniali per i
nostri soldati in Africa, ho cominciato lavorando in quel reparto. Dopo alcuni
mesi mio padre chiese al dottor Los se poteva trasferirmi in qualche ufficio
perché avevo appena concluso il triennio delle “commerciali” che qualche cosa
allora valevano.
Il dottor Los accettò subito la richiesta e mi trasferì come ragazzino tutto-
fare in ufficio.
Mi accolse sotto la sua protezione insegnandomi moltissime cose utili. Era
una persona invidiabile, che destava la mia ammirazione perché sapeva fare
tutto con estrema facilità, come scrivere a macchina in diverse lingue e sempre
in prima battuta.
Era uno straordinario conoscitore di tutti i tessuti e tutti gli acquisti passavano dalle sue mani.

In qualità di “più anziano collaboratore vivente del dottor Los”, come lei stesso si definisce, ricorda come si arrivò alla fabbricazione in serie delle confezioni sportive?

Nella mia prima esperienza di lavoro si realizzavano giacche a vento in
popeline, giubbetti, giacche in pelle con pelliccia di agnello staccabile, perché
gli automezzi a quei tempi non erano riscaldati e dunque bisognava creare un
capo molto confortevole. C’erano zaini da trekking e berretti invernali, caschi
in pelle da moto e crocetesta.
Ma la grande produzione di capi sportivi coincise con l’uso di una fibra
artificiale: il nylon.
Ho un particolare ricordo della circostanza in cui questo tessuto venne
introdotto in “Belfe”.
Nel 1942 ero partito militare, ma già il dottor Los mi aveva salutato con
queste parole “Quando ritorni ti voglio con me”. Era periodo di guerra, ma
fortunatamente invece di andare in Russia, Grecia ecc., fui destinato, come
truppe di presidio, in Francia, dove trascorsi circa un anno nella zona di Marsiglia. Mi ricordo che prima di partire, avendo avuto una piccola licenza per
salutare i famigliari, passai anche alla “Belfe” per salutare il dottor Los, l’ingegner Festa e i colleghi. In questa occasione Los mi disse che aveva necessità
di procurarsi due libri francesi, che parlavano di nuove fibre rivolte al futuro
(libri che in Italia non si trovavano). Partii con i titoli di questi libri e, dopo vari
tentativi, riuscii a trovarli in una libreria di Tolone. Misi questi due libri nel
mio zaino e dopo aver passato qualche brutta avventura, rientrai a casa dopo
l’8 settembre 1943 e consegnai i due libri richiesti. Il dottor Los non sapeva
come ringraziarmi e non capiva come ero riuscito a conservarli.
Per me è stata una grossa soddisfazione.

Dunque un’innovazione tecnologica, il nylon, fu introdotta per la prima volta in Italia
da “Belfe”. Dopo le guerre è sempre avvenuto un grosso cambiamento e la moda è come se fosse sempre in guerra: la moda dura poco, è un articolo deteriorabile, si deve sempre essere alla ricerca del nuovo. Nella biblioteca di famiglia è rimasto molto poco di pubblicazioni inerenti alla professione di Ferruccio Los, fortunatamente però conserviamo ancora un manuale per il lavoratore delle fibre tessili, stampato nel 1940 dalla casa editrice Marzocco che, nel capitolo dedicato alle fibre artificiali, annuncia che verrà lanciata sul mercato nell’anno 1940 una fibra sintetica non conosciuta, dalla casa di
prodotti chimici Dupont De Nemours (USA), il nylon appunto.


Io non sapevo da quale fonte fosse venuto a conoscenza che in Francia
avevano scoperto questo nuovo tessuto leggero e impermeabile che chiamava nylon. Ma mi resi subito conto che il vecchio popeline o gabardine di cotone che si era cercato di rendere resistente all’acqua con un particolare processo di impermeabilizzazione e con il quale a partire dal 1929 si confezionavano le giacche a vento, sarebbe stato in breve tempo superato da questa nuova fibra. Bisognava quindi andare per primi in Francia ed acquistare un metraggio di questo nuovo tessuto, per anticipare tutti i concorrenti. 


 Andò il dottor Angelo Carlo Festa, con Alfonso Golin, come da lui ricordato.
Si recarono in un paesino vicino a Lione, ritornando con il nuovo tessuto
(ricordo color bleu) e così la “Belfe” è stata la prima ditta a uscire con il campio-
nario di giacche a vento in nylon ed è stato un successo.
Dopo la guerra rientrò a lavorare in “Belfe”?
 
Come mi aveva inizialmente promesso il dottor Los, ripresi il lavoro in ditta.
Dopo poco tempo mi consigliò di prendere la patente di guida e così anda-
vamo assieme a Milano, Prato, Biella e in altre città per acquisti, insegnandomi
sempre nuove cose e nuovi segreti per non sbagliare. Devo dire che riusciva
sempre a stupirmi per la facilità sorprendente con cui faceva ogni cosa.
La ditta allora produceva assieme sia abbigliamento civile (impermeabili, so-
prabiti ecc.) che articoli sportivi, uniti in un unico campionario. I rappresentanti
allora erano: Alfonso Golin, Gino Pozza e un certo Papa, per la zona di Roma.
Questo signor Papa, non sapendo guidare la macchina, viaggiava con l’au-
tista, ma le spese erano troppo alte e perciò Papa aveva confidato al dottor Los
che se fosse riuscito a trovare un aiutante con patente, sarebbe stato lieto di
dargli una parte delle provvigioni.
Io avevo la responsabilità dell’ufficio vendite, ma ancora una volta Los pen-
sò a me consigliandomi di tentare questa nuova attività che poteva offrire un
buon avvenire.
Partii dunque poco dopo con questo rappresentante di Roma e ben presto
imparai a girare offrendo i prodotti “Belfe”.
Con il passaggio da via Tempesta a via Roma, nel 1948, nasce l’abbigliamento sportivo.
Ricorda le circostanze che portarono a tale scelta?
Il dottor Los propose all’ingegner Festa di separare la produzione di abbi-
gliamento civile della “ICA” (Industria Confezioni Abbigliamento) da quello
sportivo “IAS” (Industria Abbigliamento Sportivo), avendo capito che tenerle
riunite creava difficoltà nella produzione. Venne cosi deciso che l’articolo spor-
tivo si sarebbe spostato in una sede diversa, l’ex edificio dell’“Anonima Girar-
di”, in via Roma.
Quando Los propose ai venditori un contratto di viaggiatori a stipendio
(e una giusta provvigione), rifiutarono, preferendo la sola rappresentanza
dell’articolo di abbigliamento civile.


Si rivolse a me proponendomi la consegna del nuovo campionario sportivo
per tutta l’Italia. Avrei visitato le città più importanti, ma ero giovanissimo e
sprovvisto di automobile. Non potevo dunque accettare, ma ancora una volta
il dottor Los risolse la questione proponendomi di farmi anticipare dalla Ditta
l’importo per l’acquisto di una vecchia Fiat Topolino, di proprietà di un certo
ingegner Cogo, importo che mi sarebbe stato trattenuto dalle provvigioni.
Iniziai così a girare da solo tutta l’Italia, arrivando fino alla Sicilia. Il signor
Toffanin, contabile, mi inviava i soldi a fermo posta.
Quando il signor Golin decise di venire alla “IAS” (Industria Abbigliamento
Sportivo) potemmo dividere in due zone l’Italia e i risultati furono cosi buoni
che riuscimmo a dare lavoro continuativo a duecento operai.
Ricorda alcuni colleghi in particolare?
Il dottor Los, che curava anche attivamente le collezioni, dava grande im-
portanza alla scelta dei responsabili della campioneria.
Così ricordo un tecnico, il signor Dint, che fu sfortunatamente ucciso da
un militare polacco (aggregato alle truppe di liberazione) in una trattoria del
centro di Marostica nel 1946.
Venne chiamata in sostituzione di Liberatori la signora Maria Zuliani, che
ha sempre dato un tocco nuovo ai campionari. Fu inoltre preziosa interprete di
Jole Veneziani nel periodo di collaborazione di “Belfe” con “Veneziani Sport”.
L’esperienza con Jole Veneziani era finalizzata ad acquisire, attraverso una prima re-
alizzazione di modelli nel suo atelier, una pratica che permettesse di produrre poi
all’esterno la linea progettata dalla stilista. Erano solo vantaggi di immagine quelli
acquisiti da “Belfe”?
Una volta presentata la collezione di “Veneziani sport”, l’anno successivo
“Belfe” aveva diritto di assortire il suo campionario inserendo i capi creati da
“Veneziani” anche con propria etichetta.
Era una convenzione praticata anche in altre circostanze?
Era così anche per un importante cliente, Bredo di Cortina. Erano modelli
che dopo essere stati in esclusiva per un anno, potevano essere riproposti da
“Belfe”, riassortivano il campionario e solo per questo motivo era possibile
sostenere i pesanti costi di confezione dei capi da loro proposti. Richiedevano
i capi con massima urgenza, per cui mi capitava di consegnare l’ordine perso-
nalmente, con spese di viaggio e realizzazione molto costose.
Alcuni modelli, per la caccia in particolare, restavano in campionario di
anno in anno e l’ordinazione veniva riconfermata direttamente. Non era ne-
cessario proporre in visione il modello.






 



 Il filo di nylon, vale a dire il primo polimero sviluppato negli anni Trenta (la sua produzione risale al 1938) fu utilizzato nell’industria tessile dal 1945. Utile perché facilmente foggiabile a fibra per estrusione attraverso piccoli fori. Come già ricordato, “Belfe” è la prima azienda italiana a realizzare capi di abbigliamento con questo particolare filato, allora sconosciuto in Italia.






mercoledì 25 settembre 2013

INTERVISTE


Cos'è un'intervista? E' interazione tra persone, una conoscenza non solo dell'oggetto di un'intervista, ma anche dei soggetti che vi partecipano. L'intervistato mette a disposizione di un giornalista, un ricercatore o un semplice studioso la sua esperienza in maniera più o meno personale. l'intervistatore indaga non solo sui fatti ma anche sui protagonisti, e mera curiosità diventa curiosità umana.
Nel mio lavoro di guida turistica preferivo le domande alle risposte, volevo che la gente vedesse le mostre piuttosto che le mostre fossero viste. Mettiamo più entusiasmo in ciò che ci appartiene per un qualche motivo: sapere quello che altri sanno su un affresco del Parmigianino, non ce lo fa apprezzare come scoprire che una madre, invoca la dea Diana per la disperazione dei figli perduti, tutti infatti, sappiamo di avere una madre e, anche se non l'abbiamo conosciuta, deve per forza esistere.
In questa raccolta vedo vite, con storie, aneddoti e testimonianze e tutte insieme raccontano di un uomo che non aveva paura né della crisi del '29, né di rischiare fondando una S.p.A. nel Secondo Dopoguerra, continuando a modo suo, il mestiere del padre, umile sarto.
Se Ferruccio Los ha pensato di studiare per amore del suo paese, lo invidio molto, perchè il mio paese mi ha dato l'amore per ciò che ho studiato e io sono ancora in debito con esso.
Con gli odierni tassi di disoccupazione sembra impossibile pensare a una città oggi così piccola, che ha fondato una
banca e ospitato una fabbrica con cinquecento posti di lavoro, evitando persino una delocalizzazione a Vicenza, capoluogo di provincia. Un'azienda contro-corrente, la Belfe, che garantiva la pensione anche all'ultimo operaio assunto, perchè il profitto deve rendere soldi, non vite umane.
Così nonno Ferruccio portò lavoro e dignità e, anche se qualcuno vorrebbe non farne una questione politica, purtroppo si vede che le odierne amministrazioni non sono al livello del suo assessorato al bilancio.
Nella sua vita intensa, terminata prematuramente nel 1961, ha trovato sempre il tempo per appassionarsi a molte cose: la montagna, la fotografia, gli scacchi, la società del mutuo soccorso e le serate al bar a vedere la televisione, "Perchè-
disse, - in casa mia quella cosa non entra". Poi Gigi Carron che gli raccontava della sua fabbrica di ceramiche e chiedeva qualche consiglio per le decine di paesi in cui esportava. In ultimo qualche lettura in lingua originale, in compagnia di Sherlock Holmes, o un giro in bici sugli argini con la figlia più piccola, prima di rientrare a casa, dopo una giornata di lavoro nel frenetico Nordest.
Oggi ringrazio tutte le persone intervistate da me e mia madre, per avermi fatto conoscere mio nonno e avermi fatto capire che un padre, è un qualcosa dentro che non si sa di avere. Alcuni di loro non sono più tra noi, gli altri aspettano un libro in pubblicazione. Nel mio settore, si sa, mostre e convegni sono una vetrina migliore dei libri, che offrono un pubblico troppo elitario per costituire un elettorato. Soppiantati gli antichi codici, torna di moda il buon vecchio papiro: scrollate la pagina come più vi piace!

L.O.

sabato 21 settembre 2013

IN THE MOOD


Fra i caffè del Forte si sentiva il mormorio di diverse lingue e non era difficile notare la crescente presenza dei Russi, i nuovi ricchi che avanzavano alla conquista del Bel Paese. Bianca, laureatasi da poco, si chiedeva come convivere fra il marasma dei soldi facili, dato che quella giornata era una felice parentesi, fra sacrifici non ancora finiti, per trovare un angolino tiepido di fronte all'azzurro Tirreno.
Il suo quotidiano accumulare era un insieme incomparabile con la brutalità di avventurieri, pronti a tutto e la pistola a portata di mano.
Le offerte immobiliari sotto gli occhi e intorno a lei nuovi ricchi e vecchi. Pensava, tra tutte le cose più pregiate, quale poteva comprare il valore del viver bene e, un po' intimorita, tra eleganza e potenza, una sensazione strana, nuova, le portò alla mente la nota di Sandro Viola che chiudeva una delle tante riedizioni del "Dizionario del successo e dell'insuccesso dei luoghi comuni" di Irene Brin, la cui sagace ironia accompagnava i pensieri più nascosti di Bianca Torre...

mercoledì 18 settembre 2013

BAROCO


BAROCO: figura estremamente complessa del sillogismo aristotelico, è usato da Bianca Torre nell'indicare situazioni che hanno eccessive spiegazioni anche se non necessarie: "Non serviva un baroco per capirlo" oppure: "Eh che ci vuole? un baroco?"

sabato 14 settembre 2013

SACRIFICI DI BIANCA TORRE


Le boicottate interviste di Bianca Torre furono inserite in un libro, dovevano essere presentate prima di Natale.
Un diritto arrivato dopo molti anni, troppi perché Bianca Torre era stata derubata del suo denaro, e avrebbe preferito lasciar perdere e magari stare a casa sua, nel suo paese. Senza i suoi soldi, senza la sicurezza di un impiego che, doveva ripagarla di sacrifici enormi, quali lo stare lontana dai suoi amici, gli anni dedicati allo studio e ad una laurea inutile, anche per il più sottopagato dei lavori possibili.
Il libro veniva descritto da suo zio, il Re Nero con gran pompa, uno zio aiutato dai soldi di Bianca, che lamentava il fatto che anche dei docenti universitari lavorassero gratis senza essere il protagonista di una barzelletta.
Bianca Torre non usò il BAROCO per rendersi conto dell'illogicità di tale reclamo: essendosi laureata a Venezia come questi stessi, e avendo meno cattedre universitarie per sostentarsi, era ovvio che l'unica retribuzione possibile in un paese come l'Italia, era di cambiar vita e mettersi a fare un lavoro più richiesto, come l'infermiere. Strano che queste menti eccelse non l'avessero realizzato prima... magari il posto di insegnante universitario poteva bastare, ma a quel punto, non era il caso di lamentarsi, visto che le loro università pullulavano di studenti, nonché stagisti ossia gente che lavora gratis. Un chiaro destino rinfacciato a Bianca come se la sua situazione non fosse difficile e aggravata dalle umiliazioni subite dalla Prof. Cooman, finalmente uscita dalla porta dell'amministrazione precedente e rientrata dalla finestra come Presidente della civica Biblioteca di Chesstown.
Ricordò che, anche la sventurata Cooman, aveva faticato gratis per far spiare Bianca Torre mentre consultava i verbali, del periodo in cui il dott. Flocs fu Assessore alle finanze e alla pubblica beneficienza, banalizzandolo in un accurato elenco, delle opere fatte nel dopoguerra. Ovviamente i soldi presi per il libro non sono più ricomparsi e forse è l'unica che è stata ripagata degnamente dei suoi sacrifici, tanto da “rinunciare a pubblicare”, se vogliamo usare un elegante sinonimo di: “chi se ne frega se quell'idiota ha scritto qualcosa”.
Nel frattempo abbiamo trovato un'insegnante che non è sottopagata o forse il contesto la include nel novero dei politici?
Gli insegnanti andranno comunque in piazza a protestare, gli studenti invece dovranno combattere fortemente per i loro diritti e Bianca Torre non sa che farsene di un'opera che ha rubato del tempo e non può più fruttarle una carriera o un lavoro decente.


mercoledì 11 settembre 2013

IL POLLIGRIFO: UN ANIMALE MITICO.



«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,


disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia.»

 
Dante, Inf. VII, 1-6


Nell’ufficio cultura di Chesstown le profondità infernali affiorano tra urla e convulsioni. Il male degli dei è ora il male di Satana e forse è vero che l’ignoranza rende più felici.
Eppure nella cultura chesstowncense l’incompetenza governa e chi pontifica non è certo ispirato dallo Spirito Santo.
Se qui non si è in grado di produrre il sapere, da dove arriva questa cultura?
E’ stata rubata, per il gusto di farsi belli con il lavoro altrui e forse l’autore, opportunamente non invitato, non sa che dovrebbe reclamare i suoi diritti.
Chi invece spera di dare il giusto riconoscimento al lavoro di suo nonno e affida una breve e concisa ricostruzione biografica a La Fontaine, lo vede fare il pavone assieme alla cornacchia Cooman in occasione del convegno.
Tuttavia le favole sono più facili a dirsi che a farsi e quando un lavoro di ricerca deve essere serio e documentato, si va fino alle terre lontane e paludose dove ha dimora il mitico polligrifo, l’unico in grado di covare una così grande opera per ben sei anni.
Dare una cosa al nome” non è più impresa umana, ma bestiale!
Peccato che Chesstown riveli di non conoscere i suoi polli: infatti la gallina del filo d'oro aveva già lasciato in eredità una "nidiata di libri"... Certa gente non sa proprio vivere in Pace!



domenica 8 settembre 2013

the book cooks




Ecco una notizia che Bianca Torre non annuncerebbe vestita di lamè: pubblicheranno il libro con le sue interviste insieme all'intervento della prof. Cooman.
Come che xè che ghavì fato a convinxare à Cooman a fare el convegno” chiedevano tutte le volte i Chesstowncensi sbalorditi, poiché tutti escludono a priori che la competenza fosse alla base di tutta l'organizzazione che aveva coinvolto anche tre docenti universitari. Dopo la lezione di “gestione politica” della prof Cooman, una confidenza di Bianca e della signora Torre a un amico architetto, sfociò in un accenno sul giornale della biblioteca, ma la Cooman, disse che sua madre morì di crepacuore: in seguito a questo e le voci si fecero più caute.
Ogni scarraffone è bello a mamma sua, una miss Piggy un po' meno” pensa Bianca, ma nella sua ingenuità, non immaginava che un simile outing la rendesse più partecipe di un genitore.
Dovrà premurarsi, di tenere ancora una volta la bocca chiusa? Già si sa non è la sua bocca il problema, ma quella della prof Cooman, intima a destra e intima a sinistra e, se la Infasil la ingaggia, intima pure al centro.



me racomando, anzi me raccoomàn...

domenica 1 settembre 2013

MODA... FUORIMODA!

FUORIMODA
Restano i FUORIMODA; “I cosiddetti poveri come vedove, persone di terza e quarta età” , scrive Descamps e attualizzerei con: creditori di Equitalia, pagatori di tasse e risparmiatori presso la Banca Popolare di Chesstown. Non possono permettersi il sovracosto della moda, non hanno il tempo per mercatini, vintage e catene low cost da battere a tappeto. Hanno problemi più gravi o semplicemente aspirazioni più concrete: tra costoro spicca, quella ragazza grassa e in gamba che ha pescato in qualche angolo casual un maglioncino ceruleo, ignara del fatto che proprio la corrente della moda lo ha portato fin laggiù.
Non temete, il vintage è tornato di recente, e gli artisti d'avanguardia, un tempo per ristrettezze, oggi per snobismo, fanno del riuso una filosofia ecologica molto trendy.
Nel mucchio casual può sempre spuntare l'ultimo modello ecochic!

MODA, NON MODA: i Classici

CLASSICI
Il classico non muore mai” vi dirà il negoziante convincendovi che il vostro acquisto è un buon investimento e, dopo tanta euforia di couturier e made in Italy, possiamo averlo un guardaroba perfetto. Oramai le camicie da notte e la lisieuse di Irene Brin gridavano dagli armadi chiusi l'arrivo di una ventata di primavera!
Se vogliamo conoscere i “must have” possiamo diventare followers di Sonia Grispo di Trend and the City, redattrice della rivista Spray e, non a caso, autrice di “Come vivere alla moda” manuale che soddisfa pienamente l'ancestrale desiderio femminile! Seleziona proposte interessanti, mette in luce le vere innovazioni e il suo indispensabile tubino e blazer nero, camicia jeans, rispecchiano anche il mio di guardaroba, inoltre riattualizza il gusto moderno dal trench Burberry al sorpassabile camouflage di cui è sufficiente una felpa. Certo sono dei classici, ma come gli accessori, valorizzano quel guardaroba che rischiate di riempire inutilmente con capi che non riuscite ad abbinare.
Nicoletta Reggio di Scent of obsession alla sua infinita collezione di capi che posta senza sosta riesce a proporci qualcosa di essenziale nella rubrica cosa non deve assolutamente mancare nell’armadio di una donnaci procureremo denim shirt, black blazer e leather pants ossia camicia denim, blazer nero e pantaloni di pelle fino ad ora, attendo trepidante le prossime puntate...