mercoledì 30 ottobre 2013

BONGA BONGA



BONGA BONGA: rullio di tamburi che prelude a battaglieri dibattiti tra padani e immigrati (in Italia). Le invasioni barbariche sono ormai tradizione, quello che non sappiamo è cosa dobbiamo aspettarci in un paese dove la creatività supera la stabilità. Gli italiani emigrano e chi non lo è vorrebbe una cittadinanza. Anche se al Nord si credono una magnifica preda, il sospetto che l'Europa sia più vivibile dell'Africa potrebbe far pensare che l'Italia non dà lavoro agli immigrati a scapito degli italiani. Semplicemente ha una posizione più strategica per un lasciapassare in realtà decisamente migliori. 





trench BELFE





sabato 26 ottobre 2013


 MARTINA DINT
Figlia di Augusto, modellista della “Belloni, Festa & C. SA” dal 1938 al 1943.




Cercheremo di raccogliere i ricordi di coloro che sono vissuti accanto a tuo padre, essendo tu una bimba di tre anni quando venne a mancare8.

È vero, la storia della mia famiglia è racchiusa in pochi ricordi che gelosamente custodisco. Di origini polacche, i miei familiari raggiunsero l’Italia dopo varie peregrinazioni attraverso le terre dell’ex-impero asburgico. Il nonno era un abile artigiano che aveva lavorato per “Thonet” e era impiegato a Ospedaletto, in provincia di Brescia, presso un mobilificio come falegname, molto apprezzato perché riusciva a curvare il legno e quindi ricercato per la produzione di sedie. Era stato raggiunto a Brescia da mio padre verso gli anni Trenta.

Parlavano anche cecoslovacco e tedesco e desideravano stabilirsi in Italia.
In quale circostanza venne a Marostica?


Fu in seguito alla richiesta di Gino Pozza, un viaggiatore di commercio di “Belfe”, che gli propose di lavorare in ditta. Un giorno Pozza, visitando un cliente a Brescia, ebbe occasione di ammirare alcuni modelli di giacche da caccia in vendita in quel negozio. Subito interessato chiese il nome della ditta prouttrice di quei modelli. Il cliente, ovviamente, dato che ne possedeva l’esclusiva, mantenne il segreto.
Tuttavia, essendo di grande interesse per la società diversificare la produzione verso nuovi articoli, “Belfe” invitò Pozza a cercare di conoscere il nome di chi realizzava quei capi. Non erano prodotti da una ditta, come si pensava,ma da una persona: Augusto Dint.

Quando entrò a lavorare in “Belfe”?

Venne invitato a Marostica per diventare modellista della “Belloni, Festa & C.” nel 1938. Qualche tempo dopo mio padre divenne dipendente dell’azienda con la qualifica di “tagliatore di abbigliamento sportivo”. Anche il nonno Martino, proprio per le sue qualità di abile artigiano, trovò lavoro a Marostica, nella fabbrica di via Tempesta, dove si era creato il problema di mantenere le attrezzature pur affrontando un nuovo settore, l’abbigliamento. Erano necessari enormi tavoli per il taglio, sedie, dunque ambienti di lavoro riorganizzati per le nuove necessità.
La guerra era alle porte: la fabbrica, con un appalto del Ministero, doveva produrre, per conto dell’esercito italiano, tende da campo, blusotti e caschi per carristi, ma anche tute termiche9 per aviatori e altro abbigliamento mimetico.

Erano i modelli militari che Dint doveva preparare?


Sì, e direi che lo sviluppo taglie, che si deve attribuire alla necessità di vestire l’esercito, fu poi determinante per la nascita di una moderna industria di confezione.
Blusotti, giacche per la caccia, impermeabili e abiti femminili erano ancora un sogno nel cassetto perché limitati a una produzione assolutamente marginale, data la quasi totale mancanza di richiesta dovuta allo stato di guerra.
L’Italia era entrata in guerra e sembrò a tutti che sarebbe stata una guerra lampo e che le commesse di tipo militare sarebbero ben presto terminate, quindi “Belfe” cercò di aprire il suo mercato anche verso all’abito civile.
A Milano fu costituito nel 1949 il Centro Italiano Moda. Allora, come ora, Milano era la capitale della moda e lì nascevano le nuove idee e si formavano le figure professionali attorno cui ruotava la produzione italiana.
Da Milano arrivò Geroldi, esperto in abbigliamento civile, che doveva quindi completare il lavoro che mio padre svolgeva egregiamente in azienda nel settore sportivo. A volte I’invidia, tra colleghi di lavoro, porta a risultati quanto mai spiacevoli. Geroldi, infatti, cominciò a invadere il campo di mio padre e, per rendersi benvisto dalla direzione, a mettersi in competizione con lui.
 
 Vorremmo avere la tua versione su un episodio entrato ormai nella leggenda tra le vecchie
vicende dell’azienda: si tratta dei due centimetri di tessuto economizzati da Geroldi.


Si racconta che, su un modello di caschetto, allora uno dei cavalli di battaglia della produzione, eseguito da mio padre, il signor Geroldi studiò il consumo di tessuto, riducendolo rispetto a quanto aveva stabilito il suo “rivale”.
In produzione quindi venne preferito il suo modello. Mio padre aspettò, fiducioso, la prova dei fatti per veder prevalere le “sue” ragioni e avere quindi la sua rivincita.
Infatti quando buona parte dei caschetti furono messi in una forma per la stiratura le cuciture troppo al limite del tessuto, cominciarono a cedere, facendo aprire come un fiore il caschetto stesso.

Gli attriti continuarono nonostante questa battaglia vinta. Perché ci fu un abbandono della “Belfe” da parte di tuo padre?

Sì, ben presto decise di risolvere altrove il suo problema. L’occasione si presentò quando un conoscente, desideroso di investire dei capitali nel settore dell’abbigliamento, pensò di trovare un tecnico come guida e indirizzo nella sua scelta. Nacque così, dopo varie esperienze la “Marsport”; la soluzione proposta fu un’associazione in partecipazione con pari stipendio e distribuzione degli utili.
Mio padre, da sempre desideroso di avere un’attività propria, ma a cui, purtroppo, mancavano i mezzi finanziari per metterla in atto, la considerò un’occasione da non perdere.
I tempi difficili e la mancanza di indipendenza alla “Belloni, Festa & C.”, dove era affiancato da un collaboratore, lo indussero ad accettare un lavoro che stimava ben più remunerativo considerato anche che, nel frattempo, ero nata io, Martina.
E nonostante l’amicizia di mio padre con il dottor Los, la separazione dalla
“Belloni, Festa & C. SA” diventò inevitabile. Era l’anno 1943.
Comunque l’amicizia con Los non terminò.
Oltre al lavoro mio padre trovò anche un grande amico: Ferruccio Los, che
l’aveva incoraggiato a lavorare a Marostica.
Con lui divideva anche il tempo libero. Tante gite e passeggiate in montagna, d’estate come d’inverno, dove potevano pensare e provare “sul campo” i prodotti sperimentali che uscivano dall’azienda.
Le foto che li ritraggono insieme sono una preziosa testimonianza.




8 Ricordiamo le circostanze che, nel 1946, portarono alla morte di Augusto Dint. “Il destino di si sta compiendo. Infatti si incrocia con quello di un giovane soldato polacco delle truppe di liberazione lasciate a Marostica a garantire l’ordine e la tranquillità nel burrascoso periodo del dopoguerra. Una sera di aprile il giovane, piuttosto alticcio, tanto da scaricare quasi completamente
un caricatore di rivoltella contro le piante che trova sul percorso che lo porta da Roveredo Alto a Marostica, entra nell’osteria dove Augusto Dint e alcuni suoi amici, tra i quali anche Ferruccio Los, stavano aspettando l’ora per andare al cinematografo. Il giovane grida parole in una strana lingua che però Augusto Dint capisce perfettamente. Generoso come sempre, si avvicina al militare e cerca di calmarlo apostrofandolo nella sua stessa lingua. Improvvisamente il soldato, completamente ubriaco, estrae la pistola dalla fondina e spara l’ultimo colpo del caricatore, a bruciapelo, colpendo Augusto al ventre.
Nonostante il ricovero all’ospedale e l’operazione riuscita, una grave infezione lo porta alla morte dopo una ventina di giorni. Gli antibiotici, anche se arrivati in Italia nel dopoguerra, erano ancora una prerogativa per pochi fortunati. Oltre al vecchio padre, Martino, lascia la moglie Malvina e una bimba di soli tre anni, Martina.



9 Proprio le tute termiche per aviatori furono il trampolino di lancio per la citata commessa di abbigliamento da sci prodotta per conto dell’esercito finlandese; questa produzione diede l’occasione di aprirsi verso nuovi possibili futuri orizzonti di mercato, dato che la situazione bellica lasciava poco
spazio alla produzione civile.


mercoledì 23 ottobre 2013

INVIDIA


INVIDIA: figlia del desiderio secondo gli antichi, può volgere ogni aspirazione ad odio smisurato. La Moda ha ricavato da tutto ciò fonte di lucro: “chi bella vuole apparire molto deve soffrire” , e al mercato della sofferenza contribuiscono le invidiose appunto, intanto le invidiate si lasciano colpevolizzare indifferenti a ciò che hanno causato. Il cliente ha sempre ragione!







 
trench BELFE



sabato 19 ottobre 2013

Maria Cuman Zoccai
Operaia e capo reparto dal 1936 al 1978.



Di recente ha avuto un pubblico incontro con i corsisti che nel lontano 1959 ebbero in lei una preziosa maestra di cucito. Cerchiamo di ripercorrere le tappe della sua attività in “Belfe”.

Entrai nel 1936-1937 e vi rimasi fino al 1978. Fui assunta per fornire alle ope-
raie qualificate filo, bottoni, tessuti e materiale vario. La società era la “Belloni,
Festa & C. SA”, e la sede era in via Tempesta e mi trovavo in un salone al piano
superiore con ampie vetrate, caldo d’estate e gelido d’inverno. Allora le condizioni di lavoro erano molto disagevoli, non c’era impianto di riscaldamento e noi provvedevamo a portarci uno scaldino a brace nei giorni più freddi. In quel periodo era responsabile del reparto al piano superiore Alma Moscato e coesistevano una linea di cappelli di paglia, che era ormai alquanto ridotta e una produzione di caschi coloniali richiesti per l’esercito impegnato in Africa.

Si tratta della guerra seguita all’attacco italiano in Abissinia, nel 1935. Qual era la vostra produzione?

In particolare si confezionavano applicazioni dette “regine” per l’interno dei caschi in sughero. Per un breve periodo subentrò come capo reparto Giovanni Volpato, sarto, che fu sindaco di Marostica nella prima amministrazione del dopoguerra, dal 1946 al 1957.

In quel periodo il dottor Los era assessore alle Finanze.

Sì e in tale circostanza Volpato fu sostituito da Lino Guazzo, assieme al tecnico Geroldi di Milano.

Come proseguì la sua carriera?

Dopo circa un anno venni trasferita al salone sottostante, alle confezioni.
Ero addetta alle presse da stiro, dove era mio collega Giovanni Basso, e vi rimasi circa dieci anni.
Anche durante la guerra continuava la produzione di abiti civili, ricordo fino a cinquemila capi di confezione.

Certamente una soluzione che permise di tenere occupata la manodopera. Non era ancora addetta al cucito?

Il lavoro di cucitrice ebbe inizio con il trasferimento delle confezioni sportive in via Roma, nell’edificio dell’ex “Anonima Girardi”, di fronte alle scuole elementari. Responsabili erano Liberatori e Pianezzola. Gran parte della produzione riguardava capi per la caccia, blusotti in pelle, imbottiti di pelliccia.
In seguito venivano prodotti molti impermeabili in nylon, di colore rosso, bleu, marrone e grigio.
Venivano confezionati in grandi quantità calzoni in una qualità di popeline robustissimo, un tessuto fornito dagli americani, perché erano per esportazione.
In quel periodo “Belfe” occupava fino a quattrocento persone.

Quando ebbe inizio la sua attività di insegnante di cucito?
Avvenne quando le macchine per cucire Necchi anteguerra, richieste da Augusto Dint, furono sostituite dal modello “SG” degli anni Cinquanta?

Quando si rese necessario preparare le maestranze all’uso di particolari
macchine per cucire, prodotte dalla ditta “Necchi” di Pavia, venimmo convocate per una prova e vennero misurati i tempi di lavorazione. Io venni scelta. Ricordo che le compagne di fabbrica provarono un certo disagio perché si rendevano conto che difficilmente avrebbero potuto uguagliare la mia prestazione.

Nel 1958 ci fu una visita aziendale a Pavia, presso lo stabilimento “Necchi”, con cui “Belfe” ebbe dunque una lunga e importante collaborazione.

Sì, in quanto si doveva provvedere a una maggiore specializzazione per eseguire le lavorazioni necessarie. Fu avviato un corso in collaborazione con la “Necchi” e la “Belfe” provvide a fornire i locali esternamente allo stabilimento.
Il primo corso era composto da dodici ragazzi ai quali veniva elargito un piccolo aiuto finanziario come apprendisti. Dopo qualche mese, i frequentanti vennero assunti in “Belfe” ma io continuavo, se necessario, a fornire assistenza.
Trattandosi di modelli tecnologicamente avanzati fummo invitati a uno stand allestito alla Fiera di Padova per dimostrazioni di cucito con i corsisti. Si resero necessari altri corsi per impadronirsi dell’abilità richiesta nell’uso di macchinari di una certa complessità e si trattava di formare personale da inserire in ditta.
Concluso il periodo di insegnamento, tornai in fabbrica come responsabile di una linea di produzione e vi rimasi fino al 1978.

mercoledì 16 ottobre 2013

FASCINO





 FASCINO: l'Italia del Grand Tour aveva quello latino, rimane quello del guappo a Bianca Torre, che non gradisce, ma se li ritrova spaparanzati in Parlamento, come il marito in canottiera la domenica. Nuova topica iconografica ci propone il riposo del Bandito, non più braccato dagli sbirri, ma dalla scorta e dall'auto blu. La stagione vacanziera fa maturare il fascino pirata, forse perchè gli elettori capiscono che offre alle donne, ciò che a un uomo piace di loro: dopo giovinezza e bellezza, resta un intelletto che esalta quello altrui.




sabato 12 ottobre 2013

NOI VENDIAMO BRAGHE MA LE BANCHE VENDONO SOLDI

MARIALUISA COSTA
Impiegata e capo ufficio contabilità dal 1947 agli anni Novanta.
Anche il fratello Giovanni è stato per decenni, fino alla pensione, dipendente “Belfe”
come responsabile del personale e dell’ufficio paghe. Grazie al carattere gioviale e comunicativo, Giovanni si è sempre distinto per la sua partecipazione e per l’impegno nell’organizzazione delle diverse attività extra-lavorative che hanno coinvolto molti dipendenti dell’azienda contribuendo a creare un clima di forte amicizia.



Immaginiamo che lei possa vantare una delle carriere più “fedeli” in “Belfe”. Che cosa preferisce ricordare di quel lungo periodo?
Il mio primo impiego fu presso lo scatolificio di Natale e Beppino Filippi4.
Dopo questa prima positiva esperienza entrai in “Belfe” il 4 ottobre 1947, in via
Tempesta (era in realtà la “Belloni, Festa & C. SA”).
Era stata mia insegnante, alla scuola commerciale, Ada Costamagna, moglie dell’ingegner Francesco Festa, titolare della “Belfe”. Insegnava ragioneria,
computisteria e commerciale e mi aveva suggerito per l’assunzione5.
Ero in amministrazione. La ditta produceva abbigliamento civile, impermeabili in particolare.
Si stava costituendo la “IAS SpA” con sede in via Roma e pertanto venni
richiesta dal dottor Los per la contabilità, almeno mezza giornata.

Intende dire che per un certo periodo si divideva tra le due sedi?


Sì, in quanto era necessario un lungo lavoro preparatorio nella costituzione
della società: schede, registri da bollare quotidianamente, verbali del consiglio
di amministrazione e dei sindaci. Inoltre fu necessario ritagliare uno spazio sufficientemente appartato, che nel periodo iniziale era ubicato a fianco della
ciminiera della preesistente “Anonima Girardi”, una ditta che imbiancava la
paglia. Un lato dell’ufficio era dunque tondo ed emanava un grande calore;
non si trattava di un ambiente del tutto confortevole.
Dopo avere impostato il lavoro di ricerca dei documenti, a me venne lasciata
libertà di organizzare la parte di mia competenza e di fare proposte che venivano regolarmente accettate. Il dottor Los verificava ogni giorno il lavoro svolto, ma in un clima di grande rispetto e cordialità. Sapeva evitare le tensioni che si possono creare con un lavoro tanto impegnativo, sapeva essere molto faceto.
Se è vero che senza creatività e contenuti stilistici originali non esiste l’azienda di moda, è altrettanto vero che senza una buona gestione e una rigorosa attenzione manageriale l’azienda di moda non resiste. Avevano luogo spesso momenti di confronto sull’organizzazione del lavoro e sulle decisioni da prendere?
Alcuni a scadenza fissa: era prevista una riunione mensile che veniva verbalizzata, trattandosi di un rapporto di aggiornamento del lavoro svolto e veniva con sorprendente velocità esaminata e approvata dal dottor Los. Nel caso in cui ci fossero degli errori da parte di qualcuno non si perdeva tempo nel sottolinearli ma ci si dava subito da fare per superare il problema.

 In alcuni casi si trattava di innovazioni nell’impostazione dell’attività amministrativa, è così?

Sì, ad esempio la prima macchina contabile era una M40 della Olivetti che
richiese che io facessi un corso a Milano nel 1952. Los era veloce nella visuale
contabile.

Spesso in queste interviste viene messo in evidenza che il personale veniva continuamente aggiornato su ogni iniziativa che mirasse a una maggiore efficienza ed efficacia nel lavoro.
C’era una diffusa situazione di sviluppo rispetto ad altre realtà: gli addetti all’industria vicentina, secondo un rapporto del 1951, erano 124,6 su 1000 residenti contro gli 80,2 del Veneto e 89,3 dell’Italia. Dunque un’area di industrializzazione diffusa che non riguardava solo “Belfe”. All’inizio degli anni Cinquanta “Belfe” affrontò l’apertura del mercato internazionale alla moda italiana. Ci sono episodi legati alle novità che un settore, in un certo senso del tutto nuovo, quale era l’abbigliamento sportivo negli anni Cinquanta, doveva
comportare? Il creatore che vuole inserirsi in un altro mercato deve conoscere il mercato prima di tutto, la vita di quel Paese. Quali erano le attività connesse all’esportazione?



Ci furono molti problemi legati all’esportazione. Quando ebbe inizio la
collaborazione con gli Stati Uniti, non mancava mai al mattino, nella cartella
della contabilità, “Il Sole 24 Ore”, il quotidiano per il controllo del cambio.
Era stata inoltrata richiesta all’Ufficio Nazionale Cambi di commerciare
con l’estero: sterline, franchi svizzeri, scellini austriaci, dollari venivano rego-
larmente verificati nella corrispettiva valuta. C’erano inoltre molti dazi. La ri-
scossione era a carico delle banche ed era necessario valutare il costo dell’ope-
razione, perché non sempre la banca corrispondeva secondo il cambio uffi-
ciale. Talvolta il dottor Los replicava alle mie perplessità: “Si ricordi che noi
vendiamo “braghe” ma le banche vendono soldi”.
Fino agli anni Sessanta, vale a dire con il dottor Los, c’era un unico cliente
americano, Irving Grinberg, distributore dei prodotti “Belfe” presso i più im-
portanti e prestigiosi magazzini statunitensi, come Sachs e Neiman Marcus6.
L’esportazione verso gli Stati Uniti coincise con la collaborazione con
“Veneziani Sport”.

“Belfe” aveva avuto vari modellisti ma una collaborazione con una creatrice di alta moda era un fatto del tutto nuovo, non è così?

Certamente diede a “Belfe” un’impronta del tutto nuova dal momento che
i suoi capi potevano essere riprodotti l’anno successivo con marchio “Belfe”.
Da capi sportivi active con forte connotazione tecnica si passa a una linea leisu-
re elegante sportiva. Jole Veneziani era una delle stiliste più importanti sulla sce-
na dell’alta moda italiana. Il 20 febbraio 1956 sfilò per il transatlantico della moda, “la blasonata crociera della moda italiana che sbarcava a New York”.
Jole Veneziani venne a Marostica prima che venisse costruito il nuovo capannone (1956), quando però la collaborazione con “Belfe”, che durò circa cin
que anni, si stava per concludere.
Si tentò di proporre in Finlandia la sua linea. L’export verso i paesi nordici
fu sempre giudicato una risorsa importante per “Belfe” che poteva così mantenere attiva la linea di prodotti invernali.
Ci sembra che fin dagli inizi il problema fu di trovare una produzione che non fosse legata alla consegna estiva, come per i cappelli di paglia e la linea di cappelli in cotone che rappresentò la prima forma di conversione della produzione.
È vero, per esempio mi hanno raccontato che un tentativo di dare maggior
continuità alla produzione si è verificato quando la società chiese e ottenne di produrre materiali per conto dell’esercito. In quel periodo “Belfe” ottenne una
commessa per la fornitura di abbigliamento da sci per l’esercito finlandese.
Per tale produzione dovette cercare risorse legate a una produzione completa-
mente nuova: furono i primi passi verso un settore ad alta specializzazione che
portarono alla presenza di capi “Belfe” in varie Olimpiadi.
Come si verificò ad esempio nel 1952 a Helsinki, in Finlandia, dove venne-
ro ospitati i giochi olimpici estivi, e nello stesso anno a Oslo, in Norvegia, nei
giochi olimpici invernali, quando l’Italia arrivò prima nella discesa libera con
Zeno Colò; e ancora, nel 1956 a Cortina, Eugenio Monti, medaglia d’argento
nel bob a due e a quattro, vestiva “Belfe”.
Certamente le vittorie alle Olimpiadi di campioni italiani che indossavano
capi “Belfe” offrirebbero materiale per un altro capitolo.


4 Lo scatolificio fu avviato nel 1890 da Francesco Filippi. Amico di Sante Los, come lui faceva parte della Società di Mutuo Soccorso – operante a Marostica dal 1876 – di cui anche Ferruccio Los diventa socio nel 1925.

5 Ada Festa Costamagna si era laureata a Torino nel 1909, prima donna in Italia a essere dottore in economia e commercio, con 110 e lode. Per undici anni fu assistente di Luigi Einaudi, divenuto presidente della Repubblica Italiana che del motto “Innovazione nel rispetto della tradizione” aveva fatto la filosofia della sua vita; anche la scelta di una donna come assistente rappresentava una novità nella granitica struttura universitaria.


6 Sachs Fifth Avenue era un grande magazzino americano fondato nel 1924, rivolto alla fascia alta, raffinata del consumo, puntando sulla moda, sui corner delle grandi griffe come polo d’attrazione.
Neiman Marcus, catena di magazzini americani fondata nel 1907 fu la prima a importare negli Stati Uniti la maglieria italiana Mirsa nell’immediato dopoguerra. Nel 1938 viene istituito il Neiman Marcus Award, premio nato per segnalare stilisti e addetti ai lavori con meriti particolari. Tra gli italiani premiati ci sono, nel 1956, Roberta di Camerino per le sue borse in pelle o in velluto colorato, preceduta da Salvatore Ferragamo nel 1947, e seguita da Mila Schön nel 1966 per il colore, e Missoni nel 1973.

mercoledì 9 ottobre 2013

BELFE


BELFE: del 1936 è la richiesta della società Belloni, Festa & C. al Ministero delle Corporazioni di contraddistinguere con il marchio “Belfe” la produzione di capi sportivi e precisamente caschi, guantoni, guanti e muffole di tela e di cuoio, giacchettoni, giubbe e giubbetti di cuoio, pelli di foca, sacchi da montagna, ghette da sciatori, sudovest, berretti e crocetesta da sciatori.
 La modifica del marchio, del logo recante la parola “Belfe”, inizialmente ideato da Ada Costamagna, moglie dell'ingenier Francesco, è rivista con la calligrafia di Ferruccio Los, logo che rimarrà inalterato fino alla metà degli anni Sessanta.




Logo “Belfe” modificato da Ferruccio Los sulla base di quello ideato nel 1920 dalla Sig.ra Ada Festa Costamagna (Archivio Famiglia Los)
 Risale a questo periodo il primato di “Belfe” nella realizzazione della prima giacca a vento di cotone in popeline impermeabile, mentre già nel 1930 aveva realizzato i primi completi di panno in lana per lo sci. 





 




sabato 5 ottobre 2013


 ENZO BALDASSINI
Viaggiatore e rappresentante dal 1947 agli anni Ottanta.



 Cerchiamo di riassumere gli anni della tua permanenza alla “Belfe”: vivi tuttora
a Roma e le tue origini sono romane. Come si spiega un incarico per una ditta di
Marostica nei lontani anni Cinquanta?
Al ritorno a Roma, alla fine della guerra, ripresi a lavorare con la società
dove ero impiegato, ma nel 1946, in base a una disposizione del governo di
allora che imponeva alle società o enti, parastatali o statali, di lasciare Roma,
fui obbligato a trasferirmi a Milano, nuova sede della società da cui dipendevo.
Dopo alcuni mesi, mi venne detto che avrei dovuto trasferirmi, sempre per
lavoro, in una città, a mia scelta fra Vicenza, Padova, Treviso, con l’incarico di
contattare proprietari di torbiere e lignite.
Scelsi Vicenza e mi accasai nei pressi del lago di Fimon, per dedicarmi nei
momenti di libertà al mio sport preferito, la pesca.
A questo punto possiamo già cogliere un legame con gli articoli sportivi?
L’occasione per un nuovo lavoro si presentò quando, durante il periodo
delle vacanze, mi misi a vendere dei prodotti di una Casa Astra, che mi affidò
l’incarico per le tre Venezie. Nella mia mente c’era infatti sempre un pensiero
fisso: quello di diventare rappresentante di commercio. E, visto il successo ot-
tenuto, mi dimisi dall’impiego rimanendo stabilmente a Vicenza.
Visitai molti negozi di articoli sportivi e, fra questi, Pettinelli Sport di Vene-
zia, divenendo amico del figlio Dino, anche perché ci accomunava la passione
della caccia...
È stato uno dei principali clienti “Belfe”, di cui ebbe l’esclusiva, per lunghis-
simi anni. Fu lui che mi presentò al dottor Los, e così divenni viaggiatore della
“Belfe” per le tre Venezie, la Lombardia e il Piemonte.
Dunque questi furono gli inizi, considerando che la “Belfe” con la deno-
minazione “IAS” (Industria Abbigliamento Sportivo) nasce nel 1948. Nel 1951
successe un altro fatto: la “Belfe” voleva aprire un’agenzia per le zone del La-
zio, Campania, Marche, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna e, anche se a ma-
lincuore, accettai l’incarico. A Vicenza avevo conosciuto Maria, con cui tornai
a Roma, essendo diventata mia moglie.
Nel 1956 divenni rappresentante della “Belfe” e, quindi, non più dipenden-
te, acquisendo anche altri incarichi con case importanti quali l’“Alpina” (“Au-
stralian”), “Cressi Sub”, “Lange” e altre fino alla “Diadora”.
Cosa puoi raccontare della tua vita professionale di quegli anni?
Per quanto riguarda i punti salienti, con la “Belfe” ci fu quello di suggerire
di non far lavorare ordine su ordine, ma di risparmiare moltissimo tessuto e
 tempo di lavorazione inserendo, in special modo per i pantaloni, le taglie più
piccole con quelle maggiori (per esempio la 42 con la 48, la 44 con la 50, la 46
con la 52 ecc.). Per questo ebbi un elogio personale da parte di Papà – così amo
chiamare familiarmente con voi Ferruccio Los.
C’era una grande amicizia e stima nei tuoi confronti da parte della famiglia Los. Una sti-
ma fatta anche di apprezzamento per i suggerimenti che la tua esperienza poteva offrire.
Consigliai anche l’inizio di una linea caccia e per il tiro al volo, dato che
servivo uno dei più importanti armieri di Roma, e forse d’Italia, Frinchillucci.
Questi mi permise di contattare Rossini, senz’altro il migliore tiravolista esi-
stente in quel momento e quindi Ciceri, indossanti entrambi la famosa giacca
“Belfe”, con la quale si vinse il titolo mondiale3.
Accanto alla linea active, prettamente sportiva, “Belfe” produceva capi per il tempo
libero. Ci furono dei modelli di particolare successo?
Oltre a quanto sopra descritto ottenni un ottimo riconoscimento nel set-
tore dei giacconi di panno pastore, per il quale divenni leader assoluto con le
vendite di decine di migliaia di capi. Ma ancor più lo divenni quando, appro-
fittando del successo con questi capi, telefonai alla signora Maria Zuliani pro-
ponendo di trasformare il giaccone stesso in un montgomery. Suggerii anche
il prezzo di vendita di 17.500 lire, nonché i colori. Fu un successo enorme: le
mie vendite di tante migliaia e migliaia di capi ogni anno diedero uno sprone
ai colleghi delle altre zone.
Come si può intuire ci furono rivalità e incomprensioni che portarono alla
conclusione del mio rapporto di lavoro in “Belfe” dopo la morte del dottor
Los, ma di questi anni ho un vivo ricordo per l’esperienza umana e professio-
nale che ci ha accomunati...
Tra il 1951 e il 1954 la “IAS SpA” ha vissuto la collaborazione con “Veneziani Sport”.
Quali ripercussioni ha avuto sulla clientela un’esperienza così esclusiva?
Del connubio con “Veneziani Sport” sono venuto a conoscenza durante
i miei molti viaggi a Marostica. Per specifico accordo con “Veneziani”, tutte
le novità dovevano prima essere presentate nel mondo dell’alta moda e solo
l’anno successivo sfruttate dall’azienda e quindi offerte ai rivenditori. Tuttavia
questa esperienza segnò profondamente la storia della società. In primo luogo
perché iniziò la collaborazione con la signora Zuliani, scelta da Jole Veneziani
stessa, poi perché diede origine a un’esperienza di lavoro altamente qualifican-
te. Infine perché questo fatto diede all’azienda, pure con le limitazioni temporali a cui accennavo prima, un enorme vantaggio nei confronti della concorrenza
che, anche se ancora molto limitata, cominciava già a farsi sentire.
Il 1954 è stato l’anno segnato dalla conquista del K2. La “IAS SpA” è stata molto impegnata nella produzione dei capi e delle attrezzature che hanno contribuito alla vittoria
finale della spedizione italiana. Sicuramente ci sarà stato un grande ritorno pubbliciario dalla partecipazione a tale impresa.
L’avventura del K2 non portò, nell’immediato, alcun beneficio all’immagine dell’azienda presso i clienti, essendo stata la sua partecipazione pressoché
ignorata dalla stampa dell’epoca e a conoscenza solo di pochi giornali specia-
listici che non raggiungevano certo il grande pubblico. Anzi, tale momento,
molto impegnativo per l’azienda, finì per ritardare e ostacolare lo svolgimento
del normale lavoro verso la clientela abituale.
Eri molto amico di Ferruccio Los. Hai certamente avuto modo di parlare con lui della situazione venutasi a creare e che portò nel 1954 alla chiusura delle attività dell’azienda.
Il dottor Los mi chiarì in vari colloqui che la preparazione di capi di alta
moda, fatti e rifatti più volte sempre come fossero capi unici e quindi con enormi costi di produzione e pochi benefici nell’immediato, prosciugò le risorse
dell’azienda. La successiva preparazione dei materiali per la scalata del K2, poi,
diede il colpo finale costringendo la proprietà, che non voleva immettere nuovi
capitali, a cessare l’attività.
Bisogna pensare che all’epoca l’ingegner Francesco Festa aveva più di set-
tant’anni e il figlio si era fino ad allora solo marginalmente interessato all’azienda. Il dottor Los però credeva nella società e prevedeva un sicuro ritorno di immagine per il grosso lavoro svolto in quegli anni. Ne era talmente convinto che, in occasione della liquidazione, propose a me e a Liberatori di rilevare assieme la società. Ma gli alti costi previsti per tale operazione ci spaventarono e il discorso non ebbe più seguito.
Fortunatamente per tutti si arrivò all’accordo con il dottor Angelo Carlo
Festa e alla ricostituzione della nuova società, la “Belfe SpA” appunto, che ha
dato nuove possibilità di lavoro a tutti.
Purtroppo la prematura morte di Ferruccio Los è stata un grave colpo per
l’azienda da poco avviata e solo la caparbietà e l’impegno di tanti sia all’interno
che all’esterno dall’azienda hanno permesso la continuazione del lavoro sulle
direttive e gli insegnamenti che Ferruccio Los aveva saputo dispensare con tan-
ta generosità.
La tua storia personale ti permette di avere su Ferruccio Los uno sguardo distaccato rispetto all’ambiente di Marostica. Come lo ricordi?
Era dotato di una grande apertura mentale e modernità di pensiero. Lasciava lavorare i suoi collaboratori nel più assoluto rispetto e autonomia.
Questo aspetto è confermato dalle testimonianze di molti: infatti da diverse interviste è emersa l’importanza da lui data alle esperienze di lavoro qualificanti, considerate altrettanto valide di un titolo di studio.
Sì, aveva un rapporto di assoluta fiducia verso gli altri, anche se, nel suo ruolo, ciò comportava una notevole responsabilità. Era una persona di un’onestà unica.













 3 Come campione olimpionico, Rossini risultò primo alle Olimpiadi di Melbourne del 1956 e secondo nelle Olimpiadi di Roma del 1960; Ciceri ottenne il terzo posto a Melbourne.




mercoledì 2 ottobre 2013

NYLON





 Il filo di nylon, vale a dire il primo polimero sviluppato negli anni Trenta (la sua produzione risale al 1938) fu utilizzato nell’industria tessile dal 1945. Utile perché facilmente foggiabile a fibra per estrusione attraverso piccoli fori. Come già ricordato, “Belfe” è la prima azienda italiana a realizzare capi di abbigliamento con questo particolare filato, allora sconosciuto in Italia. La sicurezza e le performance che la plastica rende possibili hanno consentito a moltissimi sport di avere uno sviluppo ve-
ramente notevole. In Italia, l’autarchia aveva orientato la ricerca verso fibre alternative a cotone e lana – queste ultime in gran parte importate dall’estero – come il rayon, prodotto in Italia da “SNIA Viscosa” e da “Rhodiatoce” per “Belfe”. Le provvidenze governative per il settore tessile, poche e lente ad arrivare, erano state quasi interamente monopolizzate dal comparto delle fibre artificiali che si proponeva,
assieme a tutta la chimica, come settore propulsivo. Ciò costrinse a partire dai primi mesi del 1947 la Marzotto di Valdagno a una ristrutturazione produttiva: pur disponendo di attrezzature relativamente aggiornate rispetto al resto del comparto, gli impianti erano invecchiati e poco competitivi sui mercati internazionali. La ristrutturazione comportava inoltre un drastico ridimensionamento della mano d’opera occupata. Ricordiamo che nel 1947 era ministro del Bilancio il liberale Luigi Einaudi.