Operaia e capo reparto dal 1935 al 1958.
Quando entrò in fabbrica?
Nel 1934, per interessamento di Alfonso Golin.
Quali erano le mansioni per le quali era stata assunta?
Iniziai come addetta ai cappelli in tela, che si potevano cucire con una variante alle macchine per i cappelli di paglia. Consisteva in una piastra che rendeva possibile la cucitura su tela.
Uno dei modelli più richiesti, chiamato “bagnini”, prodotto per bambini e
bagnanti era in cotone piqué bianco.
Come si presentava il luogo di lavoro considerando che era già iniziata una produzione alternativa alla paglia?
Ricordo solamente che in quel periodo una parte della sala manteneva una
linea di confezione di cappelli in paglia.
Cosa ricorda della produzione di capi militari?
Vennero realizzati modelli per caschi coloniali con sughero e fettucce di tela.
Si realizzavano inoltre tende da campo e, con la stessa tela, zaini e tascapani.
Quando l’Italia entrò in guerra contro l’Albania, nel 1939, furono richiesti
giacconi in pelle da camionista e motociclista, per i quali Augusto Dint fece
acquistare otto macchine Necchi di tipo speciale.
Il mio compito era preparare cinture, colli e altri parti che venivano piegate
e incollate con il mastice, su cui si cuciva con una rotella.
Seguiva anche la produzione di abbigliamento civile?
Ricordo in particolare un modello esclusivo, in tela gommata, un giaccone
sportivo, di colore bianco, realizzato perché venne richiesto con la massima
urgenza da un sarto di Cortina d’Ampezzo per un cliente importante, Bruno
Mussolini, nel 194110.
In quel periodo era stilista e modellista Augusto Dint, che curava anche lo
sviluppo dei campioni. Ricordo che a volte venivo chiamata per provare dei
modelli di giacca a vento e altri capi.
Una produzione che ci impegnò particolarmente fu un ordine di cinquemila abiti maschili. Venivano realizzati anche caschi in pelle con una macchina
particolare che smussava le cuciture della pelle. Quando Dint nel 1943 si licenziò, venne una modellista, la signora Elena Gualazzini, che lavorava al taglio con Pianezzola, per la produzione di capi femminili, e Liberatori per i capi
maschili, che mi chiamò nel reparto campionatura.
Dalle sue parole si intuisce che era stata scelta per la precisione e la velocità con cui realizzava le cuciture. Ebbe anche incarichi di responsabilità?
Dopo un controllo dei tempi di produzione, venni nominata capo reparto
quando era stata introdotta “la giostra”, uno strumento per la produzione in
serie realizzato dalle officine “Strada” di Marostica. Si trattava di un sistema
rotante la cui velocità veniva stabilita in base a uno studio sui tempi di produzione. Le operaie non sempre erano in grado di assolvere con lo stesso ritmo la quantità di lavoro richiesto. Era una specie di catena di montaggio in cui la lavorazione veniva suddivisa in venti operazioni. Questo nome curioso, la
giostra, fu dato dalle lavoranti perché venne introdotto in concomitanza con
una festa molto amata da Marostica, la sagra del Beato Lorenzino: la velocità richiesta dalla “catena”, ricordava alle addette il luna park allestito in quei
giorni in Campo Marzio. In realtà mi pare di ricordare che il suo nome fosse
“Varium”.
Quali erano i capi maggiormente prodotti?
Le giacche da caccia (particolarmente elaborate, formate da settantacinque pezzi) prevalentemente in fustagno marrone che avevano un modello particolare, in quanto si dovevano poter inserire le cartucciere e la selvaggina in
una tasca posteriore detta “bressana”. In modo analogo venivano realizzati i
gilet. Anche i montgomery, in particolare un capo con la fodera scozzese, ave-
vano una forte produzione.
Uno dei motivi per cui abbiamo cercato di incontrarci con lei è dovuto al fatto che Giovanni Pianezzola ricorda che era stata scelta per recarsi a Milano nell’atelier Veneziani quando era iniziata la collaborazione con questa importante stilista.
A Milano trascorsi quindici giorni. Ci trasferimmo con le macchine per cucire Necchi in quanto Jole Veneziani, se si eccettua una macchina di sua sorella,
realizzava capi cuciti a mano. Eravamo accompagnate da Maria Zuliani, una
giovane modellista scelta per sostituire Liberatori e per affiancare Jole Venezia-
ni – che seguiva personalmente ogni momento della lavorazione – per la quale
esigeva tempi di consegna molto rapidi. Un capo di complessa esecuzione fu
un modello di impermeabile in gabardine di cotone, rovesciabile, svasato nel
fondo. Venivano realizzati anche capi con l’interno in seta.
L’atelier di Jole Veneziani era al numero 8 di via Montenapoleone, attiguo al caffè pasticceria Cova, una vera istituzione milanese di quegli anni. Trovarsi a lavorare in un atelier di alta moda in alternativa a un salone di fabbrica era certamente per una ragazza di Marostica un’esperienza fuori dal comune.
Ciò che mi colpì maggiormente fu un enorme sipario di velluto, indispen-
sabile per tenere nascoste le ultime creazioni.
Erano gli inizi per l’alta moda italiana e lavorare nella più assoluta segretezza era necessario per mantenere inalterato il suo prezioso, costosissimo carattere di irripetibile unicità. Come lei ha ricordato, l’alta moda realizzava capi unici, creati per una sola cliente, rigorosamente confezionati a mano, quasi l’equivalente di un’opera d’arte. Non è cambiato molto se anche le sfilate attuali delle collezioni alta moda si compongono di modelli esclusivi, unici e di immagine, rivolti a una clientela selezionata che richiede capi su misura.
La collaborazione con Veneziani da un lato richiese costi notevoli a causa dell’unicità di ogni capo realizzato, ma nell’anno successivo “Belfe” poteva utilizzare i capi di “Veneziani Sport” anche con la propria firma.
Ricorda qualche episodio del periodo della campioneria?
Immaginiamo ricordi la realizzazione dei capi per la spedizione del K2 del 1954.
Uno dei partecipanti, Gino Soldà, che era anche cliente perché aveva un negozio di articoli sportivi a Recoaro, seguì personalmente alcuni particolari per la realizzazione dei capi per la spedizione.
Per quanto tempo rimase a lavorare in “Belfe”?
Rimasi venticinque anni circa, dal 1935 al 1958. Cessai di lavorare perché nel
periodo trascorso in campioneria avevo forti dolori alla schiena.
10
Bruno, il figlio di Benito Mussolini, dirigeva la L.A.T.I. (Linee Aeree Transcontinentali Italiane), una linea aerea che copriva la tratta Italia-Brasile.
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